28 Jun 2007 – E’ solo questione di voce. – Un racconto ascoltato.

E’ tutta una questione di voce. E’ solo questione di voce. Lo strumento più grande in assoluto, quello più versatile. Come il martelletto sulle corde di un piano forte, il diaframma spinge, vibrano le corde vocali. Voci diverse. Tutte, le voci non sono mai uguali. Ci sono quelle storiche che ti entrano nel cervello. Li ricordate i documentari di Quark? Quando si parlava del grande leone della Savana, il grandissimo Capone, voce storica di Ridge di Beautiful, passato purtroppo a miglior vita. Ecco quella voce, ti resta impressa. Tu non riesci a vedere o ad ascoltare nulla che non venga da quella voce. De Niro, Stallone, il grande Amendola. Ma anche cantanti. Quando una band, in genere accade nel metal, cambia la cantante o il cantante, i paragoni con il vecchio leader si fanno ingombranti. I fan poi non hanno pietà. Mi sovviene il caso per esempio dei Nightwish, dove la dolce Annette Olzon soppiantò la Tarjia Turunen, voce storica, e dopo anni ancora i fan non l’accettavano. L’ho detto è una questione di voce. La memorizziamo e  la facciamo nostra. Le Kalafina, per me cult band della musica nipponica, hanno quella voce, e quella deve essere. Non sottovalutate questo potere. Sono ricordi, sono quelle cose che ci trasciniamo fino al termine dei nostri giorni, una ninna nanna della mamma, una parola amica e fraterna. Il baseball lo sa. Prima della Tv, di At-bat, degli IPad, c’erano uomini che raccontavano il gioco. Il capitolo Sabr di San Diego ha ad esempio fatto un revival bellissimo, in una delle proprie manifestazioni  ha fatto interpretare, è il caso di dirlo, a Bob Chandler, storico broadcaster, quelle grandi chiamate della storia dei Padres. Chandler è stato compagno d’avventure di Jerry Coleman. Coleman era uno di quei broadcaster che lascia il segno, che lascia il motto: You can hang a Star on that baby, la frase gridata dopo ogni Home Run di qualche Padre. Passato a miglior vita quest’anno e lasciatosi dietro Ted Leitner, che lo ricorda in ogni e dico ogni partita: “Qui Ted Leitner e Bob Scanlan , per Jerry Coleman sempre con noi. Leitner è un altro di quelli originali. Quando i Padres vincono lui grida: “ I miei Padres hanno vinto.”, Quando perdono “I VOSTRI Padres hanno perso”. Un modo di parlare simpatico, ascoltatelo, un personaggio bizzarro che verrà indotto nella Hall of Fame dei Padres di sicuro. Il broadcaster racconta, io spesso mi addormento sulle loro voci, come racconti di fiaba, una fiaba di nove capitoli ammaliante, in cui tutti sono buoni e tutti sono cattivi, una canzone diceva: “Tanti anni fa mio padre mi portò in un campo magico, dove alcuni uomini sfidavano alcuni Dei, armati di mazze ai miei occhi spade luccicanti”. Una chiamata, un racconto elevano la dignità del cronista a cantastorie di un medioevo fatto di amor cortese, baseball ed a volte mazzate poderose, qui di seguito vi scrivo una chiamata, entrata nella storia, secondo i più, la più grande chiamata mai fatta nella storia del gioco:

“Here’s the pitch by Downing, swinging! Ther’s a drive in lef t- center field, that ball has gonna beeeeeeee, outta here, it’s gone, it’s seven fifteen, there is a new home run champion of all time,  and it’s Henry Aaron”

Era Milo Hamilton, l’8 Aprile del 1974, chiamava un Home Run, importantissimo, storica, un “negro”, aveva superato il Re dei bianchi, un Hr che lo portava al numero 715 della carriera, aveva superato il Bambino. Milo Hamilton fece quella chiamata da brivido, un qualcosa che resta nella memoria, quel “beeee” sostenuto, musicale, una croma musicale lasciata per la spinta finale, quel  “Outta Here”, che ti fa alzare e battere le mani. Leitner l’ha detto recentemente: “What a terrific call Milo, terrific”. Quel terrific sta ad indicare un qualcosa di positivo di mostruosamente positivo. Bill Brown, il protagonista di questa storia, l’ha sempre detto: “ Il problema del broadcaster è di riempire quello spazio tra i lanci”. Ha ragione. Quando sei per radio, non puoi permetterti eccessivi silenzi, l’ascoltatore non la vede la partita, la sente, allora dopo il lancio qualcosa devi dire. Nella mia piccolissima esperienza di Broadcaster, chiamarla esperienza è eccessivo, visto che è accaduto una volta, era Italia vs Usa all’ultimo World Baseball Classic, ho preparato tutto con dovizia di particolari. Io sono fortunato, vivo nell’era tecnologica. Sul tablet mi ero preparato tutte le statistiche dei giocatori, avevo usato Baseball-Reference, sia italiani che americani. Su un foglio, il lineup completo, sul cellulare mano mano aprivo curiosità e fatti dei vari giocatori. Da solo, c’era il lancio, io non sono un analyst ne tantomeno un esperto, ma con l’aiuto del classico gameday di Mlb, vedevo i lanci per tipo, velocità zona, quindi quando accadeva ad esempio dicevo: “Detwiler contro Tizio, tizio gioca con, ha battuto quest’anno tot, al WBC ha fatto tot, cosi coprivo tutta la parte di preparazione nel box, lancio ed allora riprendevo: “Detwiler una fastball, in basso a destra, a 97 miglia orario, il lanciatore dei Nationals  che l’hanno scorso hanno avuto una stagione….” E continuavo così con un gioco al richiamo. Ma io non sono nessuno. Mi sono divertito, riascoltandomi credo di essere stato di una noia mortale però tre ore e mezza di partita le ho fatte. 

Brown diceva questo, quindi, che il silenzio bisogna saperlo gestire. Uno che lo sa gestire è Vin Scully, una voce di quelle che ti resta intorno per una vita, la VOCE del baseball, Scully sembra di averlo nel salotto, mentre cucini ti chiama e ti dice: “Pietro guarda vieni a vere che curva ha tirato Ryu, ricordo che nel 1890 etc etc”. Storia e monumento alla voce. Io terrei la voce nella Hall of fame. Scully il silenzio lo sa gestire ritorniamo ad Henry Aaron e vediamo cosa ci disse Vin, notate il silenzio questa chiamata va assolutamente ascoltata. Su youtube, non qui. 

Che grande momento ci dice Vin. Recentemente ha spiegato il perché di quel silenzio. In primis non sapeva che dire e pertanto lasciò il silenzio, aiutato anche dalle immagini. “ In quel momento mi ero fermato a pensare, ti rendi conto? Un uomo nero, in uno Stato razzista, che supera l’icona dei bianchi per eccellenza, un momento del genere non è importante solo per il baseball, ma per lo sport americano in generale ed ancor più per tutto il mondo” Sia Vin che Milo, non si erano preparati nulla, d’altronde che puoi, dire, la devi giocare sul pathos, sulla reazione del pubblico, sula tua reazione, il baseball, non deve per forze essere tutto scritto, tutto con questo rigore matematico. Ad inizio stagione Milo,il broadcaster ufficiale dei Brave, lo sapeva, che il record sarebbe stato infranto entro breve, gli chiesero alcuni colleghi cosa avesse preparato per quel momento: “Niente, improvviserò”. Che improvvisazione Milo e lo dico pure io: “Terrific”.. Bill Brown è attualmente il broadcaster degli Astros, si trova da un bel po’ di anni in questa situazione ed è accompagnato da Asby, vecchia gloria degli Orange anni 80’. A volte Ashby se ne esce con qualche gaffe, come fu in occasione del mancato perfect game di Darvish se ne usci con qualcosa del tipo: “Così impari la lingua americana”, Bill Brown ovviamente imbarazzato. Bill dovette affrontare la grande chiamata, quella che ti guida verso la memoria collettiva, dovette affrontarla il 28 Giugno del 2007, al Minute Maid Park stracolmo per cosa? 

Craig Biggio era vicino alla valida numero 3000 della sua carriera.

Chi vi scrive è un grande estimatore di Biggio, un giocatore fantastico, purtroppo da una parte ha avuto la squadra sbagliata, dall’altro la squadra giusta. Forse Biggio negli Yankees o nei Red Sox non sarebbe stato quello che è. Io l’ho sentito nominare nei mitici anni 90’ per la prima volta, mi faceva tanto ridere da ragazzino quella pronuncia, quella I cosi innaturale, Beeggeeo. Lui e Bagwell, B&B , numero 6 e 7, una squadra, una fede, una bandiera. Eroi per quella città. Il 28 Giugno Craig era 2997, 3 hits shy, come si direbbe in inglese, in prima base c’era un’altra icona, il Todfather, quel Tod Helton, signore e padrone di Colorado. Al Minute Maid Park. Ma il protagonista non è Craig, è colui che la racconta. Di ritorno da Milwaukee, molti colleghi avevano chiesto a Brown la stessa cosa che chiesero ad Hamilton. “Bill hai preparato qualcosa?”. A chiederglielo fu il commentatore dei Rockies. Ma Bill non si era preparato niente. “Come non hai preparato niente, è il momento Bill, sarai protagonista devi essere pronto”. Brown quella sera tornò a casa, trovò in cucina un quadrenetto, gliel’aveva lasciato la moglie, con una penna della figlia di Bill. La sua famiglia gli era sempre stata vicino. Lo sapeva. E li amava. Lui, figlio di un gran padre, eroe di guerra, di quelli presenti a Pearl Harbor, ritiratosi dal conflitto si era messo a fare l’avvocato. Una persona colta il padre, citava Shakespeare, Cesare ed altri grandi della letteratura mondiale. Era avvocato, amava parlare il padre di Brown, poi un mattino iniziò a parlare meno. E così avanti, fino a quando alle volte usciva di casa in pigiama, non sapendo nemmeno dove andare. L’Alzehimer, una malattia tremenda. Io non vorrei mai affrontare quel percorso. Dimenticare chi sei, cosa hai fatto della tua vita. Fino a quando un mattino del 1992 il signor William Brown lasciò definitivamente Midgard ed Yygdrasil per tornare tra gli antenati. Quella sera Bill pensò al padre. Quando si parla di baseball si pensa sempre ad un padre. La voce del cronista è la favola della notte, il padre  che gioca con te è l’immagine che ti porterai nel tuo feretro. Brown quella sera pensava al peso di portarsi appresso 3000 hit, un peso a volte insostenibile, si pensi a Jeter che raggiunto l’obiettivo nel 2011, si prese una pausa dall’ All Star Game, per affaticamento mentale. Qual’ è la pressione al Broadcaster allora che deve affrontare questo traguardo? Eh, nessuno ci pensa, tutti concentrati sulla star. Ma se chi la racconta non dice nula di interessante o peggio non ci mette pathos, verrà ricordato come quello che ha trattato male Biggio. Hagin (il famoso broadcaster dei Rockeis) disse a Brown:  “ E’ giunto il momento Bil. Questo sta per divenire uno dei momenti che definirà la tua carriera per sempre, devi scriverti qualcosa metti che accade un imprevisto che fai? – “Imprevisto?”, rispose Bill. “E’ il baseball” disse Hagin. Fantastico. Per decenni, le cronache hanno evitato tempi morti, non c’era la televisione a dettare i ritmi, a volte le partite duravano pochissimo, poco più di un’ora e mezzo. Ricordo di un Match (Non ero presente ovviamente, ma ho letto da qualche parte) tra Randy Jones (Padres) e Jim Kaat (Phillies), anno 1977 terminata in un’ora a 29 minuti. Il motivo? Kaat aveva prenotato dei biglietti per un concerto di un artista a lui caro e voleva andarci. Immaginate il broadcaster, altro che tempi morti, per la cronaca il Broadcaster era Jerry Coleman. Sempre broadcaster che non hanno avuto questo problema, Russ Hodges 1951, la chiamata del famosissimo “Shot Heard Around the World”, quell’Home Run, di Bobby Thompson per i Giants, ci illustra l’istinto primordiale e naturale del cronista di non stare mai zitto, come la palla superò il fence, Hodges iniziò a gridare: “The Giants win the pennant, the Giants win the pennant, the Giants win the pennant, the Giants win the pennant, the Giants win the pennant, They’re going crazy, they’re going crazy. I don’t believe it, i don’t believe it, i don’t believe it, heyyyyyyy-ohhhhhhhhhhh”.

Poi tacque.

Se il solo leggerlo vi ha fatto venire la pelle d’oca ascoltarlo vi farà svenire. Sicuramente Hodges fu colto dall’entusiasmo, oggi più nessuno fa queste chiamate così virulente al vetriolo, purtroppo, magari uno molto posato come Scully, avrebbe detto poco ma bene e trovato una morale filo-americana. Ma Bill? Come avrebbe reagito, a patto che Biggio riuscisse a fare la 3000 in quella serie da 3 partite. Beh, doveva riuscirci per forza, non ti può presentare ad un 3-game a 2997 e non farne nemmeno una. Magari un Dexter Fowler o un Yonder Alonso ci riescono. Ma qui parliamo di B come Baseball, B come Braveman, B come Biggio (io forse avrei detto questo nella mia cronaca). Il 28 Giugno alle ore 19.05 inizia il match, non c’è un posto libero nemmeno a vendere gioielli di famiglia, anche alla FoxSport sono in trepidazione, lo sanno tutti, è la storia, Brown come Hodges, come Milo, come Vin, come Jerry e Ted, Brown attende la chiamata, o meglio è lui la chiamata!.

Biggio aveva bisogno di tre valide. Negli ultimi 15 giorni per tre volte aveva avuto un 3Hits game, tutto era possibile. Roy Oswalt sul monte per gli Astros contro il destro Aaron Cook , circa 42.537 persona, stadio stracolmo ore prima della partita. Tutto era pronto. Nella parte bassa del primo non furono delle voci ad accogliere Biggio, no quelle non erano voci, quello era un popolo, un popolo che gridava a squarciagola il suo eroe, il suo Ulisse, quello che quella sera doveva essere il 27esimo eroe di una tradizione centenario, era il numero 7, il settimo figlio di sette figli, un’antica profezia. No quello non era un popolo, quelli erano gli Itacesi, che volevano Ulisse, sul trono del mondo, Bill Brown  però era Omero, Uliisse è stato immortalato da Omero, Odisseo, quasi 20 anni per arrivare ad Itaca e trovare Penelope dietro di lui, dietro l’Umpire c’era la sua Penelope pronta, con pazienza, moglie che aveva aspettato 20 anni. Cook lo nega però. Out su lancio da terza base.

Colorado ruppe la parità nel terzo inning, un HR del Catcher Chris Iannetta. Alla fine del terzo dopo che Oswalt ottiene un singolo e con un out, Biggio è di nuovo in battuta, ed in quel momento, il fratello, il fedele, il Parsifal di Artù si unì in sala di commento, era quell’altro il numero 6, era Jeff Bagwell, 449 Hr, il re per gli Astros, residenza in Colorado, viaggio per vedere il suo fedele compagno ottenere la gloria, arriva giusto in tempo per il secondo At-Bat. Biggio passa in prima. 2998, Bagwell disse: “Sarebbe stato carino se avesse fatto qualche Hit in più nella serie contro i Brewers, giusto per arrivare qui rilassato e togliersi la scimmia dalla schiena”.

Dehaies (L’analyst) e Bagwell concordarono, in effetti loro intendevano che per Biggio forse era importante ottenere la 3000 con una double, d’altronde lui per gli Astros era leader in quella categoria. Con una confidenza Bagwell disse: “La seconda base è il suo piano. Ne sono sicuro”. Che grande coppia i B&B. Con Oswalt in seconda ed un conteggio di 2-2, spedì una linea al centro del campo, Oswalt fermo in seconda. Brown fu pacato, sapeva che era vicino anche lui al suo momento. E’ come quando lanci un perfect game, non ne parli ,non lo nomini, lo giochi. Bill stava giocando la sua partita, il suo unico commento fu: “Line drive and ther’s one of them. Two-nine-nine-eight”. Anche i colleghi in cabina sostenevano Bill con lo sguardo, famiglie a confronto tre B che fanno la storia, Bagwell – Biggio – Brown. La famiglia di Biggio dietro l’arbitro, la famiglia di Bill davanti allo schermo. La figlia con il cappellino degli Astros, davanti alla Fox, con una maglietta con scritto Biggio, la moglie seduta al tavolo le mani incrociate in preghiera. Due sfide, due clan, un momento unico nella vita di tutti e due. I Rockies vincevano di un punto, Biggio di nuovo in battuta al quinto, questa volta con un out e nessuno in base. La telecamera della Fox si soffermò sulla moglie di Biggio, Patty e sulla figlia Quinn. Su un 0-1. Craig battè una bomba verso il terza base Atkins, prese la palla, ma il suo lancio fu fuori misura ed andò a stamparsi nelle poltrone dietro la prima base. La giocata fu segnata come una valida ed un errore. Deshaies fece un sospiro di sollievo, meno male che la 3000 non era arrivata con una giocata così brutta. Ne mancava una eravamo alla 2999. Una sola valida. La serata era giusta. Al settimo è di nuovo Craig. Anche l’arbitro ha la sua storia. Larry Poncino accettò una palla speciale, e doveva essere quella palla, non si dovevano portare altre palle, questa doveva essere la palla per Cooperstown, quella doveva essere la palla della storia. Di 2999 valide prima, di anni di sacrifici, di una World Series sfuggita dalle mani, quella doveva essere la palla, Il popolo si alza. Non c’è più il silenzio, le telecamere accecate, i flash ovunque, per strada il silenzio, solo il tremore del suolo, in quel momento a Houston si potevano effettuare rapine, poteva esplodere una guerra, in quel momento a Houston i bambini erano a casa, come solo i bambini sanno fare occhi sognanti, mani in faccia, la moglie di Biggio stringe la mano alla bimba, a casa la moglie di Bill sa che per il marito è la chiamata della storia, quella chiamata sarà per sempre, non si deve sbagliare. In quell’inferno di flash, leoni dagli spalti gridavano: “BIJ-EE-OH! BIJ-EE-OH!. Ecco cosa si dissero in quel settimo Deshaes e Brown l’ho voluto tenere in lingua originale per rispetto verso i protagonisti.

BB – He singled in the the third, a line drive over shortstop. Ground ball behind third in the fifth.

(Il silenzio nella cronaca ed ancora le grida Biggio! Biggio!)

JD – Get your cameras ready.

BB – Flashbulbs poppin, Cook throws the first pitch, Ball one. With his 2-3 night, he’s now five for twelve against Cook, who was complimentary in his pregame interview. But he would just as soon not be the guy to give up 3000 he said”

Dopo questa frase, Bill si chiuse nel silenzio la Fox indugiò sulla folla, il lancio successivo di Cook non prese la zona di strike, ancora ruggiti dalla folla in estasi, Biggio nervosamente uscì dal box, una sistemata all’elmetto e ai guanti, un respiro profondo, uno sguardo al coach di terza base per chiedere quella conferma classica, un count di 2-0. Biggio rientrò nel box di battuta. Il resto è la storia.

No, il resto io non sono degno di scriverlo,

il resto non va letto,

il resto va ascoltato,

come solo i grandi che sanno chiamare,

il resto è 3000,

il resto è festa,

il resto è VOCE.

Mi permetto di concludere nel più classico dei modi con il mio inglese arrangiato: “What a call Mr. Brown, terrific, really terrific”.

Ora silenzio,

la voce,

non guardate,

ascoltate.

Ma noi ci divertimmo e voi?

Pietro Striano.

4 Marzo 1892 – I Separatisti – Seconda Parte.

I Chicago White Stockings del 1885

I Chicago White Stockings del 1885

Il 12 Aprile inizia, finalmente la nuova stagione di baseball, come espresso in precedenza, la stampa ha elogiato ed elargito complimenti, ai gentil’uomini che accordatisi ed uniti “nel nome del buon gioco” hanno sotterrato dissapori e guerre per intraprendere una nuova annata all’insegna del fair play e della qualità. I giornali in quell’opening day sono entusiasti ed ognuno augura alla propria squadra il meglio. Il The Evening World del 12 Aprile del 1892 ci dice:

“La stagione di baseball si apre. Oggi la regular season di baseball, apre con le prime partite del campionato di National League. La maggior parte del popolo americano non fa altro che gridare “hurrah” a quest’avvenimento.(…) L’interesse per le partite di National League ha vissuto un anno fondamentale nel 1889, in quell’anno  ha raggiunto una febbre altissima. “

Il giornale continua elogiando l’annata 89’ come quella della consacrazione dell’impero economico del gioco, dove appunto il baseball diviene fonte di guadagno per tutti coloro che ci lavorano. Nel finale l’editorialista illustra la stagione che sta per avere inizio, ma soprattutto pone un problema vecchio come il mondo all’interno del gioco: la sfiducia del popolo nei confronti degli arrivismi del gioco. Un tema sempre scottante, anche oggi relativo ad esempio ai casi Rodriguez e Braun dell’ultimo anno, il popolo è sfiduciato nei confronti di questi miliardari (in vecchie lire) che sembrano lottare più per il potere economico che per il vero gusto del gioco, d’altronde il caso degli Athletics di Philadelphia che avevo raccontato in precedenza, dimostra come questo problema sia vecchissimo nel gioco. Per quelli come me che ricordano vividamente la stagione 1994, fa un certo sorridere, che nel 1892 gli editorialisti ed il pubblico fossero preoccupati ma soprattutto disilluso per il baseball nazionale che veniva da varie guerre intestine come già evidenziato parlando della PL, e dell’AA. Il Pittsburg Dispatch inizia subito parlando della partita che i Pirates dovranno affrontare contro i Cincinnati Reds:

“ – Telegramma speciale al dispatch – N.Y. 11 Aprile. Un uomo ben informato del baseball, ci illustra l’opening della stagione di baseball in questo modo: Domani inizierà il vero buisiness della stagione di baseball. Le partite di apertura della prima serie della National League verranno giocate e la stagione preliminare terminerà il 13 luglio, i dubbi imperversano già dall’inizio. La squadra che vincerà la prima parte si accaparrerà la possibilità di giocare per il titolo mondiale ele perdenti dovranno faticare per cercare di guadagnarsi un posto. E’ oramai evidente che la battaglia per la finale sarà veloce e furiosa. I risultati dei primi incontri verranno osservati con grande interesse. Le squadre sono così cambiate ed è stata aggiunta nuova materia, che stimare chi sia realmente il più forte risulta difficile. La prima difficoltà dell’opening day risulta essere il tempo, ma dato che la maggiorparte delle partite verranno svolte a sud non dovrebbero esserci problemi.”

L’opening day prevedeva i seguenti incontri: Boston contro Washington; Brooklyn a Baltimora; New York a Philadelphia; Pittsburg a Cincinnati; Cleveland a Louisville e Chicago a St Louis. Amos Rusie da inizio stagione inizia subito a far parlare di se stesso. Il freddo però come riportato attanaglia il pubblico che però non fa mancare il suo affetto ai propri beniamini,     dall’ Evening Herald del 13 Aprile leggiamo:

“ – La stagione apre – Gli entusiasti del baseball si presentano in gran numero, la giornata è stata fredda, ma gli spettatori hanno goduto delle numerose belle giocate. – Le curve di Russie (scritto con due esse, ndt), sono state troppo veloci per i Phillies; Boston non è mai stata in partita con Boston- Il capitano Ward ha vinto con facilità – partita tiratissima a Cincinnati e Luoisville –

A Washington nonostante il gelo  circa 6.000 persone assistono estasiati all’incontro tra i Senators ed i Beaneaters, assoluti favoriti al titolo. Nonostante la sconfitta sonora per 13-4 , evidentemente la squadra di casa deve essere migliorata un sacco, i commenti dei giornalisti sono eccellenti, li paragonano alla squadra dell’anno prima che non doveva essere, in termini di resa sul campo, particolarmente brillante.

John Clarkson nel 1887

John Clarkson nel 1887

Il lancio di Clarkson a quanto pare fu stellare e non solo condusse anche la squadra per numero di valide. Mentre su entrambi i fronti degni di nota sono stati i due shortstop Danny Richardson per i Senators ed Herman Long per i Bostons. John Clarkson è uno di quei personaggi rivalutato dai Comitati di veterani e scrittori vari nel secolo precedente, è stato praticamente ignorato fino al 1963. Un personaggio bizzarro ovviamente come tutti quelli dell’epoca anche se a differenza di molti altri non cresciuto in una famiglia di “morti di fame”, ma bensì in una benestante, di gioiellieri. Ha debuttato il 2 Maggio del 1882, era la NL giocava per una squadra di schiappe, i Worcester Worcesters (dal nome bizzarro) che quell’anno si classificarono ultimi con un deprimente 18-66, ancor più deprimente è il record che hanno e che ritengo non potrà mai più essere battuto. Il record per il minor pubblico della storia del gioco, ad un incontro svolto il 6 settembre dell’82’ parteciparono solo 6 persone, praticamente c’erano più giocatori che persone a vedersi la partita. John giocò la prima ottenendo un discreto successo contro i Boston Red Caps anche se subendo molte valide riuscì a portare i suoi alla vittoria con un 11-10 senza infamia ne lode, ed anche in quell’incontro non fecero il tutto esaurito solo 400 persone. 3 giorni dopo i problemi che evidentemente aveva vennero tranquillamente a galla, fu letteralmente travolto dai Providence Grays per 17-2, , bisogna però difendere John facendo notare al lettore che i Grays di quel’anno erano inafferrabili ad un passo dalla vittoria in National e secondi con meno di 3 partite dai vincenti White Sox. Ultima partita dell’anno per John l’11 Aprile ed ennesima partita persa. La domanda che ci stiamo tutti ponendo o meglio il pensiero che invade le nostre menti potrebbe essere il seguente: “Cavolo che schifo di lanciatore”, effettivamente si potrebbe cadere in quest’errore. Facciamo però un esempio con i giorni nostri. Prendiamo Josè Fernandez dei Marlins, ora immaginate che Fernandez ai suoi primi tre incontri in carriera si trovi di fronte Maddux, Clemens e Martinez dei tempi migliori, quindi non gli ultimi. Praticamente al povero Clarkson capitò questo, incontrando nella sua primissima partita Bob Mathews (Boston), Radbourn (Providence) ed infine un uomo chiave nella prima separazione dalla National : Tim Keefe. Comunque John non arrivò a fine mese e disse addio ai Worcesters. Grazie all’aiuto di Whitney uno della zona di Worcester e suo futuro pitching coach entrò in una squadra di Minor i Saginaw con i quali arrivò vicinissimo al titolo come ci dice la sua biografia sul sito SABR, non si sanno le statistiche di quell’annata, ma fino al 1884 anno di vittorie letteralmente monumentali 34 vittorie e 9 sconfitte e non solo Whitney insegno e rese Clarkson un lanciatore overhand, ricordiamo che il lancio prima avveniva come oggi nel softball, solo nel 1884 fu resa legale come pratica. Nel’84 John lanciò per quasi 400 innings in 45 incontri, un’ERA di 0.64 e immaginiamo che la sua media di strike out oscillava tra 10 e 19, un qualcosa di veramente spaventoso se confrontato con i giorni nostri. Quando Saginaw smise di esistere molti club di NL fecero la corte a John che accettò di giocare nei White Stockings di Anson e nonostante la prima partita persa contro, nuovamente, Radbourn quell’anno conquistò il record di 10 vittorie e 3 sconfitte ed il 30 settembre mise strike out sette battitori consecutivi dei New York Gothams. Che dire il terreno era fertile, Anson lo sapeva, non era certo uno stupido e nel 1885 mise a segno Clarkson uno dei record più spaventosi della Major League vinse 53 partite perdendone 16 su 70 incontri iniziati, ma soprattutto 68 partite complete e non solo, dal primo al 24 Giugno del 1885 Clarkson vinse 13 partite consecutive ed il 27 di Luglio fece una no-hitter, paradossalmente contro Providence ma soprattutto contro Radbourn, ed i giornali con molta semplicità descrivevano l’avvenimento come una delle cose più naturali della terra. La magia di quegli anni è incredibile, lontano dagli schermi, dalle celebrità dai divismi dello sport attuale, quelli erano uomini rudi,che si picchiavano un giorno si e l’altro pure, dove il pubblico scendeva in campo a darle all’arbitro se faceva sviste colossali…o anche se non le faceva. Nel 1885 come detto i White Stockings vinsero 53 partite dal solo Clarkson e se considerate che in totale ne vinsero 87 il record si fa ancor più impressionante, dietro di loro secondi arrivarono i New York Gothams\Giants ad 85, dopodiché il vuoto assoluto tutte erano a più di 30 partite dietro la prima, un record impressionante.  Nel 1886 vinse 36 partite in 55 partite mettendo strike out 313 giocatori. Il 14 di Agosto per la diciassettesima volta consecutiva sconfisse St. Louis per 5-2, ma fu in Agosto che perse la no-htter questa volta contro Detroit ed il battitore che lo punì fu Deacon White. Su Deacon White ci viene ancora incontro Michele Pepe che sinteticamente ci dice che:

James Laurie “Deacon” White è stato uno dei più forti giocatori degli anni settanta, e quando dico “anni settanta” intendo il decennio compreso tra il 1871 ed il 1880; uno dei primi fuoriclasse conosciuti in tutto il paese, al pari di Cap Anson, George Wright, Jim O’Rourke, Albert Spalding, Charles Comiskey.. Red “Hoss” Radburn no, lui è venuto dopo.. Le parole più belle su Deacon, o Jim se preferite, le pronunciò probabilmente Henry Chadwick, scrivendo di lui che : “Impressiona per come svolge il suo lavoro, sempre, con uno scrupolo ed una diligenza che non si riscontrano nella Lega. La cosa migliore che si possa dire è che mai, mai, mai e nemmeno per sbaglio, si sono sentite chiacchiere sul suo conto..”.. Quella era un’epoca in cui lo spettro del “fix”, la combine, l’imbroglio, aleggiava su tutte le partite di baseball. In un epoca in cui i giocatori erano già delle superstar con l’abitudine di vivere intensamente e spesso fuori dalle righe la loro “vita” di tutti i giorni, un campione che conservava soldi, non beveva, non fumava, andava regolarmente in chiesa tutti i giorni (da qui il soprannome Deacon, “diacono”) faceva quasi uno strano effetto.. Ma Deacon non era da considerare un tipo remissivo; fu infatti il primo giocatore a ribellarsi alla “reserve clause”, decenni prima di nomi molto più famosi di lui, e nel giustificare la sua azione intrapresa contro la Lega disse in un’intervista “So che, nei fatti, le leggi del baseball non sono leggi dello Stato, per cui non mi possono costringere a rispettarle, potrei fregarmene. Ma io non la vedo così: se c’è una regola che non condivido e che credo sbagliata, lotto per cambiarla, non la aggiro. Nessuno, mai, riuscirà a farmi comportare in maniera disonesta”.

Aldilà della no-hitter mancata, ennesimo successo di Chicago che vince la Nation League con 2,5 partite di scarto su Detroit ed andando a perdere la “World Serie” contro i St. Louis Browns dell’A.A. per 4-2. Nel 1887 una nuova legge viene varata nel baseball ed il monte di lancio viene spostato da 50 piedi a 55,6, come già sapete nel 93’ arriverà all’attuale distanza, questa cosa preoccupò molto sia Clarkson che Keefe che oramai erano divenuti amici. Oltre alle misure un’altra cosa che dispiacque molto a John fu la perdita del suo catcher di fiducia, King Kelly. Kelly fu acquistato dai Beaneaters nell’87’ e possiamo dire che nonostante la perdita del suo catcher di fiducia e l’ottimo lavoro fatto dal sostituto Silver Flint non ci volle molto prima che i due si riunissero. Dopo una sua ottima stagione ed un record di 38-21 in 59 partite, a Chicago non gli stavano dietro, mentre i Wolverines di Detroit vincevano il pennant, John chiese un aumento di stipendio e se ne uscì con frasi del tipo: “La mia casa è a Boston”. Si vocifera che in realtà avesse avuto un alterco pauroso con Ned Williamson e non volesse più giocare con lui, desiderio espresso anche al re Mida del gioco : Al Spalding che colse subito la palla al balzo mettendo all’asta qualsiasi giocatore e soprattutto Clarkson quotato per circa 10.000 dollari, d’altronde Spalding attuava la filosofia del “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”. A Febbraio praticamente tutta la squadra però aveva rifirmato, mancava solo la stella che fu presa all’ultimo dai Beaneaters, riunendosi così con il uso amato Catcher ed andando a formare quella che sarebbe stata ribattezzata come la batteria da 10.000 dollari, proprio in merito al prezzo dei due. Nell’opening day del 1888 Clarkson condusse Boston alla vittoria, nove consecutive ne vinsero i Bostons e sembra che 5 fossero state opera della nuova stella. Finì l’anno con 483 innings giocati ed un record di 33-20 che comunque tennero lontani i Beans dalla vetta terminando al quarto posto con 70 vittorie. I White Stockings di Anson iniziavano a perdere terreno ed i Giants di Keefe iniziavano a fare dinastia, era chiaro che da quell’anno sarebbe stata battaglia tra Giants e Beaneaters, battaglia che si concretizzò in un 1889 letteralmente stellare per entrambe le squadre. Nei Giants dell’89 è importante ricordare che c’era un personaggio che avrebbe fatto la storia: Hank O’Day, sembrerò stupido ma questa volta non devo quotare altri autori, ma me stesso, in uno dei miei primi articoli apparsi su But we Had fun parlai di Hank e di una cosa straordinaria avvenuta il 29 Ottobre del 1889:

“(…) Nel 1889 però inizia la sua grande cavalcata al successo , messo in quarta posizione ne vince 9 e perde 1 per un totale di 78 IP , poca storia in quei Giants ci sono altri tre futuri HOF e  con O’Day siamo a 4 , un team di All-star insomma , i Giants vincono tranquillamente il pennant del 1889 e sfideranno per la World Series iBrooklyn Bridegrooms ( un nome , un programma per chi conosce l’inglese) soprannominati i Trolley Dodgers. Il tutto inizia il 22 Ottobre del 1889 , ma la nostra data è il 29 Ottobre del 1889 , Polo Ground gara 9 , la serie è sul 5-3 per i Giants , le World Series sono solo una gara espositiva,  non hanno alcun valore ( fino al 1903) , cosa è accaduto quel giorno ? Hank O’Day vinse la World Series lanciando un complete game. “ E’ Fatta! “ , così titolava la sera del 29 ottobre del 1889 il ” The Evening World ” , testata serale da 4 pagine che usciva in Brooklyn e dintorni (…)” 

Perdonatemi l’auto-citazionismo, non lo faccio assolutamente per divismo, ma per puro gusto storico, quando ho iniziato questa storia mai avrei immaginato di finire qui. Nel 1889 O’Day lancia un perfecto, un anno prima della “separazione” d’altronde il nostro racconto parla di separatisti ed allora spostiamoci un attimo dal nostro amico Clarkson per passare al 1890. Non parleremo di lui ma di 2 personaggi, il primo apparso già sopra, il secondo il cui nome mi incute grande ammirazione e assoluta consapevolezza nell’essere un blogger da quattro soldi poiché mi reputo assolutamente indegno nel parlare di lui: Jim  O’Rourke. Il primo personaggio: Tim Keefe. 

Timothy Keefe

Timothy Keefe

Non si può parlare di Keefe separandolo da Ward, abbiamo già accennato vagamente alla Players’ League, ma cosa accadde esattamente.A Giugno del 1889, John Ward già presidente della Brotherhood for Professional Base Ball Players incitò i giocatori iscritti al sindacato a protestare veementemente. i giocatori travisarono il suo monito ed indissero uno sciopero che si doveva tenere il 4 Luglio, (non un giorno scelto a caso), anche se in realtà lo sciopero doveva partire il 2 Luglio poiché il 4 rappresentava per i proprietari di Franchigie della N.L. un momento di grandissimo lucro poiché in genere in quella data si facevano dei doublheader. Non a caso Ward si era scagliato contro il “Brush Classification Plan” di John Brush che prevedeva la suddivisione in 5 gruppi dei giocatori ognuno con un salario diverso, in base anche alla loro condotta umana e al modo di comportarsi fuori e dentro dal campo. Ward riteneva questa pratica letteralmente inumana, oltre al fatto che ogni giorno i giocatori dovessero pagare di tasca loro circa mezzo dollaro per il pranzo e le uniformi pure fossero a carico loro. Essendo un radicale convinto Ward voleva sedare lo sciopero, non lo riteneva una forma di diritto corretta e pertanto indì una riunione in un albergo di N.Y. per il 14 Luglio data nella quale avrebbe convinto i giocatori a raccogliere più fondi possibili per creare la propria Major League, la sua idea era terminarla di essere trattati come animali di scambio dai proprietari che li vendevano, i giocatori dovevano essere parte attiva del gioco, fondamentalmente Ward proponeva quella che oggi chiameremmo cooperativa per il lavoro. Oggi ogni storico del baseball si approccia alla questione in maniera molto differente, pochi sono stati coloro che realmente hanno visto nella Players’ League una vera rottura, una rivolta, un alzare la voce contro un sistema ai loro occhi tirannico, anche se comunque da piccolo uomo quale sono, resto sempre dell’idea che questi signori per giocare a palla in un anno guadagnavano quello che un operaio ne guadagnava almeno in cinque, ma io non faccio testo.

John Montgomery Ward

John Montgomery Ward

Ritornando sul versante della Players’ League, molti si chiedono oggi perché Ward, un giocatore di successo, con uno stipendio ben che assicurato, figura promettente che magari in un futuro nemmeno troppo lontano avrebbe allenato qualche squadra di Major avesse creato questa rivolta. I motivi possono essere vari e nessuno ovviamente è sicuro. Le menti dei grandi uomini ci sembrano impenetrabili ed anche quando magari essi stessi sono autori delle proprie autobiografie illustrandoci il proprio pensiero e le motivazioni che li hanno spinti, resta sempre un dubbio di fondo. Ma sarà vero? Le ipotesi come detto sono varie, la prima è una voglia di diritti e di parità, secondo Ward la “reserve rule” ledeva la dignità dei giocatori, ma anche una voglia di accumulare capitali e rendere i giocatori ricchi potrebbe essere uno dei motivi. Come tutti ben sappiamo la National League, che era un’associazione di club nacque sulle ceneri della National Association of Professional Base Ball Players (NAPBBP), che dismessa nel 1875 a causa di numerosissimi problemi fu appunto inglobata in una nuova lega la NL che utilizzò il sistema centralizzato totalmente sui proprietari. La reserve rule apparve per la prima volta nel 1879, come accordo formale tra gentlemen. Non era una regola scritta, ma ogni proprietario riservava il diritto di blindare 5 giocatori ai quali nessun altro team avrebbe dovuto fare offerte. Sulla base un principio tra virgolette giusto. Io in quanto proprietario scopro dei talenti e devo farli crescere nella mia squadra, ogni anno io”riservo” a me 5 giocatori intoccabili. La regola però iniziò a degenerare e già verso la fine del 1880, passò da accordo tra gentlemen a regola scritta, i giocatori non furono più 5 ma fu applicato il sistema al roster intero, i giocatori erano diventati “Peoni” Ward come detto in principio fu d’accordo, lo fece notare in un suo libro, -How to become a Base Ball Player, uno dei primi libri scritti da un giocatore di baseball, ma nel 1887 tra le pagine del Lippincott’s Magazine fece un’aringa degna di un avvocato da serie Tv americana, dove evidenziava   lo schiavismo del sistema, un sistema nel quale tu eri legato a vita, i proprietari ti possedevano come una “pecora”, potevano decidere di te tutto, rilasciarti con un massimo di 10 giorni d’anticipo, l’unico modo che avevi per sfuggire a questo sistema era giocare male e pertanto essere messo sul mercato o infortunarti. Ma il sistema era talmente radicato che nessun club avrebbe mai preso un giocatore rilasciato da un club. L’ambiente era piccolo, le voci correvano facilmente e chi esponeva opinioni negative veniva messo sul libro “nero”e bollato a vita. Un caso eclatante fu quello di Charlie Foley (mi scuso con il lettore, ma dati o storia del signor Foley sono praticamente introvabili sia negli archivi Sabr che Baseball-Reference), che a quanto pare contrasse una malattia nel 1883 che gli impedì di giocare, fu espulso dal roster, senza paga, non solo, non fu rilasciato, fu inserito d’obbligo tra i riservati, con l’impossibilità di potersi cercare un altro lavoro, senza una busta paga ebbe pure problemi con l’assistenza sanitaria. Il suo destino non lo sappiamo purtroppo. Facciamo un passo indietro, ricordate no? King Kelly venduto da Spalding con relativo malcontento di Clarkson, la transazione portò introiti a Chicago di circa 10.000 dollari (come detto gli stessi ottenuti per Clarkson), ma King non vide quei soldi, la clausola vincolava i giocatori alla propria paga, nulla in più pertanto Chicago diede i 2.000 dollari di contratto a Kelly, intascandosene praticamente 8.000 ad uso e consumo proprio. Non a caso il magnate dei White Stockiungs era Al Spalding che dopo una carriera da lanciatore aveva creato un vero impero fatto di attrezzi sportivi e di guide al gioco, la Spalding Guide che si contrapponeva alla Reach Guide dell’A.A. e fu li che si svolse la vera guerra tra le leghe dove incredibilmente l’A.A. fu lasciata fuori e si dichiarò neutrale. La maggioranza dei giocatori della National League, emigrò verso la PL, mentre i giocatori dell’A.A. restarono neutrali e non furono “attentati” da Ward ed i suoi, forse proprio perché non rappresentavano una minaccia o forse perché più genuini di quegli “squali” della NL. Segretario di Ward era Tim Keefe che pensò bene di contrastare l’onnipotenza di Spalding creando la sua marca di abbigliamento guanti ed altro. Nel 1885 Timothy era approdato ai Giants che avevano tra le loro fila una sequela di futuri Hall of Famer, John Ward incluso, ma anche Buck Ewing, Roger Connor, Welch ed ovviamente Jim O’Rourke, considerato da chi scrive assieme a Ty Cobb tra i più grandi giocatori della storia.  Keefe incontrò un Ward appena laureatosi in legge e quando unanimamente il secondo nell’ottobre del 1885 fu eletto presidente a lui fu assegnata la carica di segretario. Nel 1886 ottenne il suo record in carriera di vittorie , 42 in più di 500 innings. La guerra ebbe inizio nell’Ottobre del 1889 quando un centinaio di giocatori della NL rifiutarono contratti per la stagione successiva, praticamente quasi tutti quelli della National avevano aderito. Il 4 Novembre del 1889, uscì il Manifesto, scritto da Ward:

… C’è stato un tempo in cui la Lega brillava per integrità e correttezza. Oggi è solo un acronimo per dollari e centesimi . Una volta si badava all’elevazione del gioco e a mostrare l’onesta dello sport (…). Oggi gli uomini atuano un commercio per nessun altro motivo se non per sfruttarlo per ogni dollaro in vista. Misure originariamente previste per il bene del gioco – sono – stato pervertite in strumenti sbagliati . La reserve rule  e le disposizioni del Contratto Nazionale hanno dato ai manager potere illimitato , e non hanno esitato a utilizzare questo nel modo più arbitrario e mercenario possibile. I giocatori sono stati acquistati e venduti come se fossero pecore INVECE di cittadini americani . ” (…). Noi crediamo sia fattibile condurre il  nostro gioco nazionale su linee che non violino i diritti individuali e naturali. Chiediamo di essere giudicati solo per il nostro business ed in modo più intelligente possibile (…)

I giocatori della Brotherhood realizzarono pertanto la loro importanza come elementi essenziali del prodotto chiamato baseball, per essere trattati come “pari” e non come meri impiegati, una delle frasi storiche di Ward fu: “Se solo potessero cancellare dalla loro mente l’idea che ci “posseggono”. Come accennato in precedenza , i membri della Confraternita, praticamente tutti i giocatori della National League tra le stelle erano futuri Hall of Fame: Jake Beckley, Dan Brouthers, Charles Comiskey , Roger Connor , Ed Delahanty , Hugh Duffy , Buck Ewing, Pud Galvin , Tim Keefe , King Kelly , Connie Mack , Jim O’Rourke, Hoss Radbourn, Ned Hanlon e John Ward . Dopo tutte queste diserzioni la NL fu lasciate con poche star affermate, Cap Anson, John Clarkson, Amos Rusie e Mickey Welch che non aderirono, pertanto si pose il problema di trovare nuove leve che attirassero l’attenzione del pubblico, fu così che la National League inserì dei giovani rookie promettenti due nomi su tutti: Kid Nichols e ovviamente Cy Young.

Ma la guerra continua e ne parliamo la prossima volta. Io mi sto divertendo come un pazzo e voi?

Pietro Striano

10 Settembre 1933: George ‘Il Mulo’ Suttles ed un fuoricampo oltre la Storia

Mule Suttles

(George “Mule” Settles, e la sua mazza da 50 once).

George non doveva essere lì. Non era giusto, non era quello il suo posto. Lo sapeva lui, lo sapevano i suoi amici, i suoi compagni; lo sapeva anche, e bene, quel ragazzo a 60 piedi di distanza da lui, gli occhi fissi sulle sue braccia, le mani raccolte come in preghiera davanti alla bocca che stringevano una pallina. George non doveva essere li, non era quello il suo posto, dannazione. Lo sapevano anche le 20.000 persone, una città intera, una “nazione” intera, che applaudivano ed incitavano come solo “loro” sanno fare, inutile nasconderselo. Cantavano e ballavano perché quando due di “loro” si incontrano è già una festa, se sono tre l’allegria ti avvolge l’anima, quando sono in ventimila a festeggiare ti rendi conto che Dio veramente esiste. Ma George non doveva esser lì, Cristo di un Dio; non era giusto, non era quello il suo posto. Mentre mulinava la bestia che si portava dietro, la sua amante, la sua anima gemella, una specie di tronco, una clava da 50 once e le zanzare di Chicago banchettavano allegramente attratte dall’afrore e dall’odore amarognolo del sudore di tuti quei corpi convenuti in quel catino lì, in quel giorno, George se la rideva intimamente pensando che i 30 gradi di quel giorno gli sarebbero sembrati una benedizione solo vent’anni prima, allora ne aveva undici, quando a 2000 miglia da quel posto scavava le pareti della miniera di carbone a 5 centesimi di dollaro l’ora per 14 ore al giorno. Quando lo spuntino di legno che aveva in dotazione gli si consumava a metà della giornata era costretto a usare le mani, si spaccava le unghie fino a farle sanguinare, il tempo per risalire su dai duecento metri di profondità in cui si trovava non glielo avrebbe pagato nessuno, ed il babbo, l’avesse saputo, lo avrebbe gonfiato di botte. E già, per usare lo scalpellino da minatore secondo le leggi dell’Alabama ci volevano dodici anni, per lavorare al costo orario equivalente ad un piatto di salsicce col bacon nella trattoria di Dell in Delaware Avenue, e farlo per quattordici ore al giorno, undici anni, ma anche dieci, o otto se volete, bastavano. L’America.

Il ragazzo stese le mani dopo aver scosso la testa rifiutando il segno del suo coetaneo accucciato dietro le gambe di George, ruotò leggermente sul fianco destro mentre la gamba sinistra si alzava da terra, e George fermò la mazza alta sulle spalle, dietro la nuca; socchiuse gli occhi, abbassò le ginocchia di due centimetri e strinse le spalle per comprimere i bicipiti da Mulo che si trovava. Respiro ed espirò brevemente due volte e interruppe la terza respirazione a metà: i cecchini lo fanno sempre.. Sam (eh si, anche quell’altro aveva un nome comune, si vede che i loro antenati erano delle stesse parti..) stese il braccio destro all’indietro e lo rilasciò in avanti con tutta la forza che aveva.. La palla aveva lasciato la mano del lanciatore dal tempo necessario a battere le ciglia e George il Mulo aveva già capito che quella era la sua palla; si, era vero, lui non doveva essere lì, ma ormai c’era e tanto valeva lasciare la firma.

Quando palla e mazza vennero a contratto ventimila bocche si azzittirono, ventimila bocche si spalancarono. Il rumore si sentì fino oltre i laghi, avrebbero dovuto sentirlo anche in Alabama, in Louisiana, nel Mississippi; la traiettoria che la palla assunse e che la portò fuori del campo, oltre le recinzioni, sopra i tetti, venne mimata per mesi, per anni, tramandata a figli e nipoti da tutti quelli che rimasero incantati a guardarla. La palla volava e George era ancora fermo a guardarla, sembrava volesse chiedergli di portatlo via con sé, lontano dal calore e dalle zanzare, dalle divise sporche da usare per settimane di fila e dalle partite rinviate perché l’autobus della squadra ospite (capitava) era stato trattenuto per ore dalla polizia, bianca, di confine. La guardava e pensava che il babbo, capita anche questo, aveva avuto torto, che il baseball gli aveva dato da mangiare, e che quella pallina non lo avrebbe mai portato via con sé, che non lo avrebbe portato a Wrigley, a Fenway, allo Yankee Stadium (figuriamoci) o al Polo Grounds.. E quando invece si rese conto di dove era e di cosa stesse facendo, capì che quella palla gli aveva regalato qualcosa di più importante; gli aveva portato in dono il biglietto per la Storia, poco ma sicuro, e quello non glielo avrebbe mai portato via nessuno. Fu allora che lasciò cadere la mazza, aprì occhi, labbra e fibre in un sorriso, ed iniziò a fare il giro delle basi del Comiskey Park di Chicago. Era il 10 di settembre del 1933, le 20.000 persone erano gli spettatori del primo “All Star Game” della Negro League, e George “The Mule” Suttles aveva appena battuto il primo fuoricampo della storia di quelle partite.

Se George Suttles avesse avuto la pelle bianca, la storia del baseball sarebbe stata diversa; oggi i nonni americani racconterebbero ai nipoti di quando i loro genitori li portarono a vedere il Mulo che giocava contro il Bambino, o dell’anno in cui i due si inseguirono a colpi di fuoricampo per battere il record del 1923, e lo avrebbero fatto a braccetto come Marc McGwire e Sammy Sosa più di sessant’anni dopo. Ma George non era bianco, no.. Se nasci nell’Alabama del 1901, figlio di un uomo che non sa leggere e scrivere, che ti racconta che al nonno tagliarono i testicoli dopo l’ottavo figlio (ed a meno di trent’anni) e che il nonno del nonno girava per la fattoria in cui lavorava (per modo di dire) con un anello di ferro al collo, e che di notte doveva stare attento a che il cavallo nella cui stalla dormiva per riscaldarsi non scalciasse, sfondandogli il cranio.. ecco, se nasci in quel posto e ti raccontano quelle storie quando hai cinque anni tu non puoi essere bianco, è impossibile.. la tua pelle è di un altro colore, tu sei nero.. Anzi, no, diciamola tutta. Sei un Negro.

Secondo un sondaggio ESPN del 2008, secondo Time Magazine, Men’s Health e chissà quanti altri giornali ancora, la migliore giocata della storia del baseball, nei suoi 143 anni di vita organizzata la mise a segno non un giocatore, ma un GM; si parla di quel genio assoluto di Branch Rickey, l’inventore del “Farm System” che tutte le franchigie hanno copiato dai suoi Cardinals dei primi anni venti, e la giocata in questione è relativa ai suoi ultimi anni di attività, quando conclusa l’esperienza a Saint Louis, rifondò la franchigia più vecchia di New York, quella di Brooklyn, creando le basi per la dinastia dei Dodgers che incantarono il mondo negli anni quaranta e cinquanta. La giocata in questione è la decisione di mettere sotto contratto Jackie Robinson per la stagione 1947, l’esordio dello stesso il 15 aprile, la definitiva rottura della barriera razziale che aveva impedito ai giocatori di colore di accedere al baseball professionistico. I tempi ormai erano maturi, New York la città adatta, Robinson un prospetto tanto forte da far saltare il tappo di tutti i preconcetti; insomma, la miscela ideale.. Ma vi siete mai chiesti come mai, e perché, ancora 82 anni dopo la fine della Guerra di Secessione, quindi nel 1947, e l’abolizione dello schiavismo, per il dorato e luccicante mondo del baseball i giocatori di colore erano sempre, soltanto e comunque dei negri? Proviamo a raccontarlo, e preparatevi a scoprire due cose: la prima è che se c’è una “giocata migliore” ce ne deve anche essere una “peggiore” di tutte. Forse questa non la troverete mai in classifica, ma io, qui, non devo essere equilibrato; vi devo dire la mia. La seconda cosa che scoprirete è che la Hall of Fame premia i giocatori che si son distinti sul diamante, i Manager nei dugout, gli executive negli uffici: se così non fosse, l’uomo di cui parleremo tra qualche istante non ci sarebbe mai dovuto entrare. Sgombriamo il campo dagli equivoci al riguardo; sapete benissimo che in ogni elezione della Hall of Fame spuntano, come funghi, appassionati che contestano questo o quel voto, questa o quella decisione. L’unanimità è un sogno, soprattutto perché in una società come quella americana che pretende di aver inventato il puritanesimo ed il primato dell’etica nella vita pubblica, non si riesce a non polemizzare sulle qualità morali di un giocatore che viene eletto quando, fino a prova contraria, tra i Grandi ci si dovrebbe entrare solo per quanto prodotto sul diamante.. Soprattutto, in una società che si evolve e cambia costumi con rapidità impressionante, non si riesce (non si può) trovare il modo di uniformare giudizi già espressi e vagliarli con una sorta di lente bifocale dal potere retroattivo; se fosse possibile, oggi Pete Rose verrebbe riabilitato (parliamo di soli trent’anni fa), forse Ty Cobb (razzista e scommettitore anch’egli..) non entrerebbe al primo ballottaggio, lo lascerebbero qualche anno nel purgatorio, Joe Jackson verrebbe “graziato” come si fa con i colletti bianchi che fregano la collettività e vengono liberati dopo dieci anni di penitenziario federale.. Soprattutto, il quadretto di Cap Anson verrebbe schiodato dal muro e usato per accendere i fuoco nel camino. Cap Anson. Il primo grande Manager, uno dei più forti giocatori dell’epoca degli albori delle Majors.. vero, indiscutibile. Ma Cap Anson era un ometto, ve lo dico io. Se così non fosse, il 14 luglio del 1887 non avrebbe mai fatto la peggiore giocata della storia del baseball, ed ora ne parleremo; parleremo di John Punch, del Presidente Hayes, del nostro amico Mulo e di tutto quello che è stato, quello che sarebbe potuto essere, e del perchè.

Una delle mistificazioni storiche più forti utilizzate dagli schiavisti come giustificazione del loro abominevole operato era la seguente: “Di cosa vi lamentate? Lo schiavismo è sempre esistito, la storia è piena di esempi di popoli sconfitti assoggettati alle regole dei vincitori..”. Facendo finta, per un attimo, di chiudere entrambi gli occhi su questa affermazione, e dimenticandoci che una cosa è affrontare e vincere una guerra, l’altra essere privati della libertà individuale per scelta cinica e deliberata, l’equivoco di fondo è proprio nascosto in quella frase ridicola, perché assoggettare non vuol dire schiavizzare, in nessun idioma conosciuto.. Ma del resto, quello che chiamo l’equivoco, ha radice antiche e storicamente accertate. Già dai graffiti rinvenuti nelle caverne dell’epoca preglaciale (quindi si parla di 15.000 anni fa) si ricavano scene di vita quotidiana in cui esseri umani sono costretti ad arare i campi sotto la minaccia delle armi. Ricorrono alla schiavitù tutte le grandi civiltà preistoriche; quella accadica, quella sumera, ittita, babilonese, persiana, egizia, anche una illuminata come quella greca. Lo fanno i Romani, ovviamente, e trasmettono questa usanza in tutte le loro colonie, quindi anche nella penisola iberica. L’Impero Romano ha però anche il merito di certificare con leggi scritte il “Diritto di Cittadinanza”, per cui lo sconfitto di ieri, chiamiamolo schiavo, può diventare cittadino combattendo per Roma. Ma per quello che ci riguarda, ai fini della nostra storia, lasciando perdere Faraoni, Imperatori, gladiatori e mercenari, dobbiamo concentrare le attenzione sulle opere dei reggenti il trono della cattolicissima Spagna, a partire dalle prime esperienze di colonialismo che i sovrani spagnoli iniziarono ad intraprendere con lo sviluppo delle esplorazioni marittime.

In principio bastò loro guadare i quattordici chilometri dello stretto di Gibilterra, unici nemici i vicini portoghesi che nel continente africano avevano interessi cospicui. Trattative tra i due regni benedette dal Papa, spartizione dei settori di influenza, Africa che viene lasciata ad inglesi, portoghesi ed olandesi e gli spagnoli che si concentrano sul Sud America; è probabile che nomi come Cortés e Pizarro vi dicano qualcosa, quel che è certo è che intere civiltà furono distrutte per la fame di conquista dei sovrani spagnoli, ma non dobbiamo parlarne qui.. Ciò che conta, ai fini del racconto, è ricordare il tentativo di conquista da parte di Diego Velazquez dell’isola di Caobana, come l’aveva chiamata Colombo.. insomma, Cuba. Cuba aveva un’importanza strategica per gli spagnoli; sulla strada per conquistare il controllo totale del centro e del sud America, l’isola caraibica sarebbe stata la testa di ponte ideale per tentare di “entrare” nel nuovo mondo da Sud (le attuali Florida, Georgia e Louisiana), o per costituire un avamposto difensivo se da quel “nuovo Mondo” fosse invece arrivato l’attacco. Velazquez quindi sbarca a Cuba; il tempo necessario a far capire di che pasta fossero realmente fatti i “civilizzatori”, e gli indigeni gli si rivoltano contro guidati dal capo tribù Hatuey. Gli spagnoli sono costretti a ripiegare, gli indigeni li costringono a rinchiudersi nel forte di Baracoa fino all’arrivo dei rinforzi: controffensiva immediata e Hatuey viene catturato, torturato, e arso vivo davanti alla sua gente. Al “processo” assiste un monaco benedettino, lui è il “cronista” della spedizione, e riporta questo discorso che Hatuey rivolge al suo popolo per esortarlo a combattere contro gli spagnoli, tenuto prima di essere catturato e mostrando un cesto pieno di oggetti d’oro: Ecco il Dio gli spagnoli adorano. Per questo combattono e uccidono, per questo ci perseguitano, per questo dobbiamo ricacciarli via in mare … Questi tiranni dicono, che adorano un Dio di pace e di uguaglianza, eppure usurpano la nostra terra e ci fanno loro schiavi. Ci parlano di un’anima immortale, delle ricompense e delle punizioni eterne, eppure rubano le nostre cose, seducono le nostre donne, violano le nostre figlie. Non potendo competere con il nostro valore, questi vigliacchi si coprono con il ferro che le nostre armi non possono rompere …” .

Cuba viene conquistata, e Cortes manda a Madrid una nave che trasporta, tra le altre.. “cose”, un numero imprecisato di prigionieri, con il preciso intento di trasformarli in “schiavi” per l’uso che in patria decideranno di farne. L’idea piace talmente tanto, è tanto geniale ed a poco costo, che gli spagnoli iniziano ad approfittare degli indigeni per conquistare l’interno dei territori in cui sbarcano, a differenza dei portoghesi che, in Africa, si limitano a controllare le coste ed a gestire il commercio di materie prime.. Ma ben presto la situazione cambia.. A mano a mano che le colonie si espandono verso l’interno, man mano che ci si rende conto dell’enormità dei territori conquistati, si capisce contestualmente che gli operai, la manodopera, insomma gli schiavi, non bastano.. Due chiacchiere all’orecchio del cugino portoghese ed il gioco è fatto: inizia la caccia all’uomo all’interno delle regioni costiere dell’Africa, che i portoghesi affidano alle tribù locali più agguerrite. Siamo alla fine del sedicesimo secolo, il periodo del quale olandesi prima, inglesi poi, iniziano a colonizzare il Nord del continente americano.. Arrivano sulle coste del New England, sulle coste della Nuova York, nel Maine.. Si spingono all’interno, arrivano ai laghi, scendono verso il Sud e davanti gli si aprono praterie immense, infinite.. Arrivano in Virginia.

Agli inizi del diciassettesimo secolo nelle colonie del sud dell’America (quelli che oggi chiamiamo gli Stati Uniti) si ripropone il problema che avevano avuto in Brasile i portoghesi mezzo secolo prima: tanti spazi da poter coltivare, poche, pochissime braccia per farlo.. Si inizia con il proporre il lavoro ai pellegrini, di tutte le etnie e di tutte le nazionalità, che hanno lasciato il loro paese affascinati dal nuovo mondo, ma che non hanno le capacità ed il coraggio di spingersi sempre più ad Ovest alla ricerca di nuove terre da coltivare; una moltitudine di persone che vuole lavorare, ma che non è riuscita a trovare la propria dimensione diventa così la forza lavoro per i primi latifondisti americani.. Florida, Virginia, Georgia, Carolina, si trasformano nella meta di tutti quelli che ora chiameremmo braccianti agricoli, ma che allora erano solo dei mezzi disperati, senza radici né affetti. Il passo successivo è logico: il “Padrone” offre al collaborante vitto e alloggio ed una paga relativamente bassa (nulla è mai stato gratis per le classi meno abbienti, ricordatelo), e tra i due soggetti si instaura un rapporto di vera e propria dipendenza. che non è difficile immaginare si deteriori e si sbilanci sempre di più e sempre a svantaggio del più debole.. I turni di lavoro si raddoppiano, si triplicano, i diritti vengono sempre meno, altrimenti chi si lamenta perde il lavoro. Il pane, il tetto, ed il tutto viene regolato mediante contratti veri e propri che, spesso, i braccianti firmano senza nemmeno capire, tanto è alto il tasso di analfabetismo.

Ma tutti i derelitti d’Europa sbarcati in America non bastano. Le piantagioni del Sud si sviluppano sempre più, producono sempre più, stimolano appetiti e voglie sempre più voraci.. Allora si inizia a cercare di procacciare forza lavoro direttamente in Europa; si pubblicano bandi, si propongono contratti di lavoro della durata di anni, al termine dei quali il bracciante sarà libero di poter intraprendere il lavoro in proprio. Ma nemmeno questo basta, ed a quel punto ci vuole poco a quadrare il cerchio: il mercato degli schiavi a quel punto ha la domanda (braccia da utilizzare nei campi) e l’offerta (i trafficanti spagnoli e portoghesi che non hanno mai dismesso l’attività). Manca solo un elemento, uno solo: nella civilissima Inghilterra la libertà individuale è un diritto inalienabile, immaginare che nelle sue colonie si possa praticare lo schiavismo è fuori dalla realtà.. Ci vuole una legittimazione di ordine legale, bisogna “creare” ad arte lo status di “schiavo”, fornire una giustificazione normativa ad una esigenza di ordine pratico, e lo spunto lo fornisce John Punch.

John è un uomo libero, figlio di un uomo libero, arrivato in America dall’Inghilterra con uno di quei contratti. Lui è inglese come suo padre, è un cittadino libero, ed è un uomo di colore. E’ talmente libero che nel 1637 sposa una donna bianca, e si trasferisce con lei in Virginia con uno di questi contratti a termine.. deve lavorare nella piantagione di un cinico e spietato latifondista, Hugh Gwyn. I turni sono insopportabili, il cibo pessimo, John in qualche momento del 1640 decide di averne abbastanza; rompe gli indugi ed in compagnia di due compagni di “sventura”, un olandese di nome Victor ed uno scozzese di nome George, se ne tornano nel Nord, nel Maryland.. Per un rigurgito di coscienza, il 9 di luglio tornano alla piantagione, e vengono immediatamente arrestati. Tempo poche settimane ed arriva la sentenza del Tribunale del Governatore della Virginia: per aver rotto il contratto, i tre vengono condannati a ricevere trenta frustate a testa, i due europei dovranno portare a termine il loro contratto e restare a lavorare per altri cinque anni oltre il termine originale dello stesso. Il terzo, il negro, no. Lui deve servire il suo “Master” a vita. E’ il primo caso di discriminazione legale in base al colore della pelle, il primo caso di discriminazione razziale.

Da quel momento in poi tutti i latifondisti della Virginia si ispirano al caso di John; con un pretesto mandano a giudizio i loro braccianti, le corti (con la minuscola…) glieli restituiscono come schiavi. A quel punto la Virginia e le colonie di periferia diventano il paradiso degli schiavisti, la domanda supera l’offerta e la tratta degli schiavi riparte in grande stile. E’ l’inizio della vergogna.

Le navi partono dalle coste orientali dell’Africa, caricano anche vecchi e bambini come zavorra, e donne. Quando le zone temporalesche sono superate, i comandanti danno l’ordine di legare vecchi e bambini per il collo con catene di ferro, e li gettano in mare. I marinai hanno l’autorizzazione di ingravidare le donne, al mercato l’acquirente pagherà per uno e riceverà in dote il figlio che la donna porta in grembo, prima grande intuizione di marketing dell’era pre moderna. In prossimità delle coste ai sopravvissuti, quelli più forti (selezione naturale, Darwin avrà ragione tra qualche decennio..) viene data da mangiare carne per rinvigorirli; spesso si tratta della carne di quelli morti di stenti, piegati dalle disumane condizioni cui erano costretti durante il viaggio. Su 100 africani catturati, 15 schiavi vengono venduti nei mercati di uomini e mandati a spaccarsi la schiena, in catene, per venti ore al giorno. E le colonie del Sud crescono e prosperano..

Lo scandalo, da latente che era fino alla prima metà del diciottesimo secolo, diventa evidente ed insopportabile con la Guerra di Indipendenza; i Padri Fondatori scrivono una Carta Costituente nel quale il concetto di “Libertà” e di “Diritto dell’Uomo” sono i concetti permeanti, che stridono clamorosamente con il comportamento dei Sudisti, nel 1787 negli Stati del Nord la schiavitù viene dichiarata illegale, nel 1807 la tratta degli schiavi diventa una pratica illegale. Il conflitto ideologico approda nelle sale legislative dei neonati Stati Uniti d’America, al punto che nel 1820 il Congresso degli Stati Uniti vara il cosiddetto “Missouri Compromise” che autorizza per legge la schiavitù in alcuni Stati del paese, lo vieta in altri; di fatto, la legge in questione pone le basi per la guerra di Secessione. In un crescendo rossiniano di piccoli e grandi episodi che contribuiscono a divaricare le posizioni delle due scuole di pensiero al riguardo, si segnalano due casi specifici: nel 1839 l’ammutinamento della “Amistad”, una nave di schiavisti di cui i prigionieri prendono il controllo dopo aver sterminato l’equipaggio, e la causa intentata alla Corte Suprema nel 1857 da un cittadino di colore del Minnesota (quindi di uno Stato in cui lo schiavismo era vietato in base alla distinzione del 1820), Dred Scott, che pretendeva gli venisse concesso lo status di uomo libero per se e per la moglie. Nel primo caso, la decisione della Corte Suprema diede ragione ai ribelli e torto al Governo degli Stati Uniti che aveva appellato la decisione della Corte del Massachussets; il Presidente Van Buren si appellò su pressione dei Senatori degli Stati schiavisti, e la sconfitta gli costò la rielezione. Nel secondo caso, la Corte diede ragione al proprietario di Scott, sentenziando che i nati in Africa non potevano accampare gli stessi diritti dei cittadini americani, per cui in quel caso il “Missouri Compromise” non aveva valore; in aggiunta, la Corte Suprema stabilì che l’alienazione di uno schiavo contravveniva al Primo Emendamento della Carta Costituzionale, il quale affermava che non era consentito a nessuno e per nessuna ragione attentare alla “proprietà privata di un cittadino americano”. La decisione della Corte scatenò una vera e propria rivolta ideologica, e quando Abraham Lincoln fece dell’abolizionismo dei Repubblicani il cavallo d battaglia per la sua campagna presidenziale del 1860, la strada era segnata: Lincoln vince le elezioni, gli Stati del Sud in risposta dichiarano la secessione dall’Unione in Marzo (1861) eleggendo Presidente Jefferson Davis, e le truppe Confederate il 14 Aprile aprono il fuoco contro le postazioni di Fort Sumter, nella Carolina del Sud.

Nel frattempo, nella zona di New York gli americani giocano già a Baseball.. I primi club vengono fondati nei primi anni ’30, le partite di disputano tra membri dello stesso club, e nel settembre del 1845 viene giocata la prima partita con le regole che conosciamo anche oggi. Il gioco è dinamico, semplice da capire, alla portata di tutti, e si diffonde rapidamente nell’area metropolitana di New York, verso il nord di Boston e Baltimore, verso l’interno; Troy, Albany, Syracuse, fino ad arrivare ai laghi e nell’Ohio. Ci giocano tutti, anche gli uomini di colore, perché non dovrebbero? Anzi, formano le prime squadre di soli “coloured”, e il 15 di novembre del 1859 L’Henson Base Ball Club di Jamaica, nel Queens, batte la squadra di Weeksville, Brooklyn, per 54-43. Sono tutti giocatori di colore, ma quella è una piacevole eccezione, non certo una regola; succede infatti che giocatori di colore siano inseriti nel roster di molte squadre “minori”, e se la predominanza è dei giocatori di pelle bianca, la ragione è puramente.. sociale: piaccia o no, i primi “Base Ball Clubs” sono riservati a soci che devono possedere determinati requisiti, spesso ispirati a considerazioni di carattere economica, e trovare cittadini americani benestanti e di colore alla metà del diciannovesimo secolo non è tanto comune.

Allo scoppio della guerra le carte si rimescolano in maniera decisa; la socializzazione delle truppe diventa uno straordinario strumento di diffusione del gioco, ragazzi del Minnesota, della Florida, dell’Ohio vengono a contatto con i loro coetanei di New York, e vengono a conoscere le regole del gioco, e quando gli stessi ritornano a casa a conflitto finito ne parlano con parenti, amici, conoscenti; ne spiegano le regole ed organizzano le prime partite, poi le prime squadre, che poi si incontrano in amichevole e poi si riuniscono in leghe regionali che organizzano tornei stagionali. Negli anni tra il 1865 ed il 1870 nascono circa duemila squadre di diverso livello, il Baseball inizia a diventare “The National Pastime”, il passatempo nazionale.. Ma l’America non è ancora una Nazione, non è ancora unita; nonostante la guerra persa, i cittadini del Sud ed i loro governanti non se ne fanno una ragione, la Nazione non è ancora pacificata del tutto.. Per mantenere l’ordine pubblico, il Governo è costretto a mandare intere guarnigioni dell’esercito a presidiare gli Stati del Sud e per le popolazioni di colore la vita in quegli Stati, per paradossale che possa sembrare, appare addirittura peggiore di prima della Guerra: alla consapevolezza di poter rivendicare lo status di uomini liberi, i cittadini di colore, ex schiavi, devono fare i conti giorno per giorno ed in ogni contesto possibile, con l’immutato atteggiamento discriminatorio dei cittadini bianchi. Nascono in quegli anni organizzazioni antidemocratiche e dagli scopi razzisti, si moltiplicano gli episodi di violenza che, spesso, nemmeno le autorità dell’ex confederazione sembrano interessate a combattere più di tanto. Ovviamente, nemmeno nel baseball le cose sono diverse: quando i giocatori di colore sono inseriti nel roster di squadre che giocano nel Nord del paese, a Boston o New York, non succede nulla di strano.. quando le stesse squadre scendono a giocare più a Sud, i giocatori neri vengono insultati, derisi, sbeffeggiati.. La neonata National Association of Professional Baseball Players non prende posizione al riguardo, ma quando apre i battenti nel 1871 nel roster delle nove squadre ammesse non ci sono giocatori di colore. Nel frattempo il paese resta spaccato in due; nel nord vincitore si sviluppa una società multietnica e tollerante, nel sud la sconfitta militare e le imposizioni di legge, la presenza dell’Esercito per le strade, inveleniscono la vita e la convivenza civile tra cittadini uguali per diritti, ma diversi per il colore della pelle.. La situazione raggiunge il punto di non ritorno con l’elezione presidenziale del 1876. Succede che il Repubblicano Hayes (quindi nordista ed appoggiato dagli abolizionisti) ed il Democratico Tilden (benvoluto dagli stati ex schiavisti del Sud) si contendono la successione a Ulysses Grant, eroe della Guerra di Secessione. Il risultato è contrastato; mentre il Senato va ai democratici, nonostante il voto popolare premi di gran lunga il democratico Tilden, il conto dei delegati assegna la vittoria a Hayes, tra reciproche accuse di brogli ed il pesante intervento del Governo Federale che si vede costretto a ricusare alcuni delegati corrotti. La situazione di stallo sembra preludere ad un nuovo ricorso alle armi, quando i maggiorenti dei due partiti trovano un accordo di Compromesso: i Democratici si dichiarano disposti ad accettare la vittoria di Hayes ed a riconoscerlo come diciannovesimo Presidente degli Stati Uniti, in cambio Hayes accetta di richiamare l’Esercito dagli Stati del Sud. In segno di buona vlontà Grant ritira le truppe da 8 degli 11 Stati dell’ex Confederazione, Hayes, appena entrato in carica, completa l’opera. Forti di una riconquistata indipendenza territoriale e legislativa, il partito Democratico consolida le sue posizioni nelle assemblee legislative regionali e locali, e, passo dopo passo, promuove iniziative di carattere legale tese a circoscrivere e limitare le libertà individuali delle popolazioni di colore; vengono così adottate le cosiddette “Jim Crow laws”, un insieme di norme che aggirano l’abolizione della schiavitù sancita dalla Guerra di Secessione instaurando il principio di “Separate but equal” per gli abitanti di colore che erano stati schiavi. Le norme non negano, diabolica trovata in chiaro stile leguleio, i diritti dei “negri”; solo stabiliscono che i cittadini di colore sono “diversi”, e come tali vanno trattati.. Nascono quindi i locali per neri, le scuole per neri, le strutture per neri. Nasce la segregazione razziale.

Nel baseball? Nel baseball del Nord i neri giocano a baseball con i bianchi; Bud Fowler si costruisce una carriera di tutto rispetto nelle Minors, a vent’anni esordisce nella International Association, noi passa nella Nortwestern League, poi nella Western; nel 1884 i Toledo Blue Stockings fanno adirittura esordire nelle Majors (si parla della American Association) i fratelli Walker.. Nel 1885 a New York nascono i Cuban Giants, una squadra che vede nelle proprie fila giocatori ispanici e di colore, una prima edizione di “Negro League” si gioca in quell’anno, ma ci sono solo tre squadre e dopo poche settimane l’esperienza tramonta. I promotori si danno da fare, non abbandonano il progetto, sono tutti uomini d’affari newyorkesi e di colore; organizzano incontri, iniziative, sponsorizzano squadre minori con la speranza che il progetto prenda piede, servirebbe l’aiuto dei giocatori delle Majors, servirebbe una mano per suscitare l’interesse del pubblico che sembra scettico al riguardo, aiuto che si potrebbe esplictare attraverso incontri di esibizione.. e se ne organizzano, con alterni risultati: a New York e Philadelphia la risposta è positiva, Boston, Cincinnati, Washington sono più fredde.. In questo contesto, i Newark Giants della International League vanno a Chicago per giocare contro i mitici White Stocking di Cap Anson, una partita di esibizione. Con i Giants giocano sia Fleetwood Walker che George Stovey, i due più forti giocatori neri dell’epoca. Siamo al 14 di luglio del 1887, ed i Giants si schierano in campo lungo l’esterno di sinistra tra gli applausi della folla, in attesa dell’entrata dei White Stockings e del loro “mitico” capitano giocatore. Anson guida la sua squadra come era solito fare, in parata ed in assetto militare fino ad allinearla lungo l’out di destra, dopodiché, tutto impettito, collo inamidato e riga inappuntabile, si dirige a casa base e punta l’indice contro l’arbitro, senza stringergli prima la mano. Indica Walker e Stovey e dice: “Se volete che la partita si giochi, fate uscire dal campo quei due negri. O loro, o noi”. L’arbitro abozza, cerca di spiegare, cerca l’organizzatore che, guarda caso, si volatilizza.. Parla con il Manager dei Giants, Charlie Hackett. Il buon Charlie tenta la difesa dei suoi ragazzi, ma Anson è irremovibile: lui, l’ometto, ha deciso di mettere tutto il peso della sua reputazione sul piatto, e non intende ragioni. Il pubblico rumoreggia, ha pagato e vuole lo spettacolo, e Charlie capitola e si arrende: Fleet e George tornano negli spogliatoi, e la sera stessa i proprietari delle franchigie di Major stilano un documento con il quale si impegnano a non sottoscrivere contratti con giocatori di colore. I Negri non possono più giocare a baseball.

L’episodio condiziona pesantemente il clima, e, di fatto, erige quella barriera che porta, lentamente ma inesorabilmente, alla convinzione che le due razze non si possano mischiare per giocare a baseball, e bisognerà aspettare jackie Robinson sessant’anni dopo per vedere un uomo di colore giocare a baseball a livello di Major.

Nel frattempo i neri prendono a giocare tra di loro, segregati sui diamanti come lo sono nelle scuole, nei ristoranti, nei bagni pubblici, nei tram e nei treni.. e nascono le prime leghe locali, fino alla fondazione della “Negro League” ed ai campionati giocati tra il 1920 ed il 1951. Nel frattempo gli americani imparano i nomi dei migliori giocatori di colore a cavallo tra i due secoli come Rube Foster, Ray Brown e di quelli che dominano la scena come Buck O’Neill, Josh Gibson, George Suttles, il nostro amico “Mulo”.. Con la firma di Robinson le barriere si rompono, e nelle Major l’anno successivo gioca anche un rookie di 42 anni, Satchel Paige, un’altro che oggi potremmo venerare come uno dei più grandi di sempre se la segregazione nel baseball non avesse attecchito. Paige giocherà nelle Major cinque anni, vincendo anche l’anello di Campione del Mondo con gli Indians del 1948, e stabilirà un record di longevità lanciando tre inning come partente per gli Athletics (allora a Kansas City) il 25 settembre del 1965, all’età di 59 anni: tre inning, nessuna valida concessa, e l’ovazione all’uscita dal campo.

La Negro League disputò i suoi All Star Games con il formato Est contro Ovest, giocatori scelti dal voto popolare, partite disputate solitamente nella stessa Chicago che aveva visto il gesto vigliacco di Cap Anson cinquanta anni prima. George il Mulo colpì il primo fuoricampo della storia di quelle partite, ma lui non avrebbe dovuto essere lì, ve lo abbiamo già scritto.. Lui poteva, doveva giocare nelle Majors, lui avrebbe dovuto giocare con Ty Cobb, Honus Wagner, Babe Ruth.. Si sarebbe divertito, ci saremmo divertiti noi a leggere delle sue imprese; pensate che, in base alle medie di battuta, se fosse andato al piatto in carriera lo stesso numero di volte del Bambino, avrebbe battuto oltre cinquecento fuoricampo.. e non credete che non sarebbe stato in grado di farlo contro lanciatori bianchi: una volta ne incontrò un paio durante una esibizione, andando quattro volte al piatto. Il risultato? Un home run nel primo turno di battuta contro George Uhle (17 anni nelle Majors, 200 vitorie e l’anello di Campione del Mondo con gli Indians nel 1920) e tre (ho scritto tre!) tripli nei successivi tre turni affrontando Willie Hudlin (16 anni e 158 vittorie Majors, quasi sempre a Cleveland). Se non vi basta, sappiate che George nel 1928 e nel 1929 giocò nella “Cuban Winter League”. In una partita giocata al Tropicana Park dell’Havana il suo fuoricampo volò ad una altezza di 18 metri sopra le recinzioni dell’esterno centro. Un giornalista presente scrisse: “Ha colpito quella fottuta palla in maniera tale che mi sono sentito come se stessimo giocando una partita in un parcheggio, non in un campo regolamentare”. Dei ragazzini cubani, cubani come lo era il capo Hatuey di 400 anni prima, andarono a prendere la palla e la riportatono in campo, bagnata e sporca di sale. Era finita in acqua, ed il bagnasciuga distava dal piatto di casa base 598 yards.

La nostra storia finisce qui, sulle spiagge di Cuba da dove 400 anni prima il movimento schiavista nel continente nord americano aveva mosso i primi passi; George “The Mule” Suttles non aveva certamente coscienza di tutto ciò quando spediva con un giro della sua mazza da 50 once quella palla nelle acque caraibiche, come John Punch, 130 anni dopo il martirio di Hatuey e 300 anni prima del fuoricampo di George nel primo All-Star Game della Negro League non poteva immaginare che il suo ritorno in Virginia dopo la fuga nel Maryland avrebbe significato tanto per le popolazioni di colore dell’America del Nord. Non sarebbe tornato, questo è certo..

Già, John Punch.. Forse vorreste sapere anche cosa ne fu, e come la Storia, il Fato, il Dio in cui ognuno di voi probabilmente crede (chiamatelo come volete, non fa differenza..) poi lo ha ripagato.. Ve lo dico.

John rimase schiavo per tutta la vita, e con lui i suoi figli, i figli dei suoi figli, ed i figli dei figli dei suoi figli. Dopo quattro generazioni ed un secolo i Punch si trasferirono in Tennessee ed in Kansas, non prima di aver subito l’ennesima onta (nel 1705) di dover subire la decisione dell’ennesimo giudice (minuscolo) della Virginia che si rifiutò di pubblicare le notizie delle nozze di un Punch con una donna bianca. Nel Kansas i Punch divennero Bunch, e dopo altre sei generazioni e diversi matrimoni misti, la undicesima generazione discendente da John Punch si arricchì, il 29 novembre del 1942 con la nascita di una ragazzina fiera e determinata, che si trasferì con i genitori alle Hawaii, e qui fu iscritta a scuola. La ragazza si chiamava Ann Stanley Durham, e seguendo i corsi di russo all’Università delle Hawaii conobbe un ragazzo di colore keniano di sei anni più anziano, impegnato in un corso di studi all’interno di un programma riservato agli studenti più meritevoli del suo paese. La passione li travolse, si sposarono a Honolulu agi inizi del 1961.

Il 4 agosto dello stesso anno nel reparto ginecologico dell’ospedale di Honolulu nacque il frutto della loro unione. Al figlio di Ann Stanley Durham, discendente per undici generazioni da John Punch venne dato il nome del padre, Barack Obama, e quel bambino oggi è il quarantaquattresimo Presidente degli Stati finalmente Uniti d’America.

4 Marzo 1892 – I Separatisti – Prima Parte.

1892_Cleveland_Spiders

I Cleveland Spiders del 1892

Il 1892 fu un anno molto intenso per il baseball per tantissimi fattori. Il primo in assoluto e che portò negli anni forti conseguenze fu la separazione della stagione di baseball in due tronconi. Cosa era accaduto? Nel 1891 la storica American Association aveva chiuso i battenti definitivamente, lo strapotere della National League era troppo forte e dopo poco meno di 10 anni (fu fondata nel 1882), l’A.A. cessò di esistere. Favorevole alla vendita di snacks ed alcolici nei ballpark , uno dei moniti dell’A.A. fu proprio quello di andare contro il puritanesimo vittoriano, e tra i primi ad aderire a quella lega furono proprio i Cincinnati Reds come ci viene ricordato in un articolo sul sito della franchigia dell’Ohio. Nonostante la promozione di partite alla domenica, ennesima convenzione istituita dall NL che le vietava, la gloriosa storia dell’A.A. si fermò al termine della stagione 1891, anno in cui nella NL avevano vinto per l’ennesima volta i Bostons (Beaneaters, che negli anni diverranno Braves), mentre in A.A. i Boston Red Stockings dominarono la stagione con 93 vittorie. Consuetudine dell’epoca era far giocare delle “World Series” semplicemente dimostrative, ma quell’anno la dirigenza National si rifiutò di far partecipare la sua vincente a quelle dimostrazioni. Era un chiaro segnale della crisi che avrebbe coinvolto l’Association. Sempre in quel 1891 avvengono  degli avvenimenti interessantissimi; primo fra tutti, Denton Young, giocatore dei Cleveland Spiders di Patsy Tebeau, viene definitivamente consacrato con l’appellativo di Cy Young. In realtà il nome Cy (da Cyclone) era già apparso in varie testate giornalistiche, soprattutto nel suo periodo trascorso in Minor League, dove, traendo spunto dal fatto che fosse di estrazione contadina, si diceva : “Denton il Ciclone che viene dalla campagna”! per completezza di informazioni, giova ricordare che il soprannome deriva anche dal fatto che quando Cy giocava in Minor, alcuni cicloni (quelli veri però) avevano devastato le campagne americane. Per come che sia, il dato è che La stampa del 1891 quindi inizia ad usare l’appellativo Cy per il giovane ragazzo di Gilmore, OH. Denton (giusto, il suo vero nome di battesimo, non lo dimentichiamo!) aveva fatto la sua apparizione nel baseball vestito da contadino, letteralmente, e spesso era deriso da qualche collega, in particolare quel simpaticone di Cap Anson che lo definiva “campagnolo”; spesso i giornali descrivevano la sua goffaggine nell’affrontare la vita cittadina. Come se non bastasse, oltre che Cyclone alcuni tra colleghi e giornalisti lo canzonavano chiamandolo “Farmer Young”, giocando sul cognome e sul suo significato, Cy veniva additato come, appunto, “Il Giovane Contadino”. Certo, ad Anson andrebbe ricordato  che il 6 Agosto del 1890, nel giorno del debutto contro i suoi Chicago Colts e di un altro personaggio del calibro di Bill (Will) Hutchison, il giovane Farmer, definito il giorno dopo il “Canton Cyclone”, fu autore di una performance stratosferica, arrivando a mortificare i Colts col risultato di 8-1 e battendo anche un lanciatore fenomenale come Hutchison, che quell’anno vincerà un totale di 42 partite, per poi vincerne  44 nel 91’ e 36 nel 92’ per poi declinare definitivamente, (scopriremo dopo il perché). Il giorno dopo Il Cleveland Plain Dealer titolava: “Chicago non va oltre le tre valide contro il nostro ciclonico lanciatore” L’inizio di una leggenda insomma. Nel 1891 quindi nacque l’appellativo Cy, e tra le altre tante cose ci piace ricordare il debutto di un Rookie che poi sarebbe divenuto leggenda, infatti, il 26 Agosto del 1891, sul versante dell’A.A. ed esattamente a Baltimora, il giovane shortstop John J. McGraw, fa il suo debutto con i Baltimore Orioles. Dalla biografia SABR scritta da Don Jensen leggiamo: “John McGraw è stato forse la figura più influente all’interno della National League, durante la Dead Ball Era. Dal 1902 al 1932 ha guidato i New York Giants a 3 vittorie nelle World Series e alla bellezza di 10 Pennant National. Le sue 2.874 vittorie sono seconde solo ad un altro grande titano del gioco Connie Mack che dirà: “C’è stato solo un grande Manager, ed il suo nome è John McGraw “. In Agosto, come detto, fa il suo debutto ufficiale ed in quell’anno batterà con una media di 0.270 disputando 33 partite. Dal 1892, anno in cui appunto la NL si allargò a 12 squadre a causa dello scioglimento dell’A.A. , John passò in terza base per sostituire Ned Hanlon promosso al ruolo di Manager. Sotto la sua guida McGraw diverrà il miglior leadoff della lega e per nove anni consecutivi batterà con una media di .320; la sua OBP in carriera sarà terza dietro solo a personaggi del calibro di Ted Williams e Babe Ruth. Lo ricordiamo inoltre nell’Year of Brawl del 1897 che difendeva il titolo dei campioni in carica degli Orioles contro i Beaneaters, ma questa è un’altra storia.

Il terzo avvenimento accaduto in quel 1891 di cui vogliamo parlare adesso fu la no-hitter di Amos Rusie; era il 31 Luglio 1891.  In quel giorno Rusie compì un’autentica gemma, si era al Polo Ground, ed i Giants di New York piegarono i Brooklyn Bridgegrooms (i futuri Dodgers) con il risultato di 6-0. Rusie aveva 20 anni e 2 mesi, il più giovane nella storia dell’epoca ad aver lanciato un no-hitter. Mise strike out 4 giocatori, la sua no-hitter si caraterizzò per il numero impressionante di walks, un totale di 7 , ma che Amos avesse problemi di controllo non era un segreto, difatti nel corso della sua carriera ha guidato la lega per ben 4 volte per quanto riguarda il numero di base-balls concesse. Il tabellino della giornata ci dice che i Giants segnarono un punto nel primo inning, due nel sesto e tre nel settimo. Mattatore della giornata fu Jim O’Rourke con tre valide e due corse. Soprannominato “Hoosier Thunderbolts”, terminò il 1891 con un record di 33-20 ed un’ERA di 2.55, guidando la lega con 6 Shutouts e 337 Strikeouts. Un anno eccezionale, indubbiamente.

Ma il mito di Rusie non termina qui: a lui va attribuita la “colpa” di una grande riforma, anche se qui si parla del 1893, ovvero, l’allontanamento del monte di lancio all’attuale distanza di 60 piedi e 6 pollici. Durante  l’off-season tra la stagione del1892 e quella del 1893, la National League decise di imporre la nuova distanza di lancio (che secondo gli storici ha condotto poi al regime di lancio moderno). Questo cambiamento è solo l’ultimo di quelle riforme che dal 1868 circa hanno iniziato a far capolino nel gioco e che riguarda le misure effettive del campo stesso, mentre le innovazioni regolamentari continuano ancora oggi. Tornadno agli albori e parlando di modifiche regolamentari, nel 68’ ad esempio fu permesso ai lanciatori di poter fare un passo prima di lanciare la palla, e questo ci fa dedurre che all’epoca la meccanica fosse statica, con i piedi ben piantati a terra e fermi. Il lancio “da sopra” fu consentito dall’84’ mentre prima si lanciava solo dal basso, un po’ come per il il softball. Nel 1887 i battitori persero il diritto di chiamare la palla decidendo l’altezza di questa ed il punto d’arrivo. Durante l’offseason del 92’ i proprietari delle franchigie si coalizzarono per allontanare il monte di lancio, e tra i sostenitori più entusiasti di questa modifica c’era Frank Robison, il proprietario degli Spiders di Cleveland, dove appunto giocava Cy Young. Questa modifica regolamentare cambiò completamente la dimensione del gioco. La media battuta della National League arrivò nel 94’ ad un record di .309, mentre nel 92’ le squadre conquistavano una media di 5.1 runs a partita nel 94’ questo dato salì a 7.4. Sempre nel 92’ ogni dieci games avveniva uno shutout, dal 94’ se ne dovevano giocare 40 per ottenerlo. Eppure, per la stagione 1893 questo cambiamento non fu radicale; secondo gli storici i lanciatori dovevano ancora abituarsi alla nuova distanza e probabilmente, tentando varie soluzioni, iniziarono ad affaticarsi non poco. Diretta conseguenza, questo portò ad obbligare i lanciatori ad almeno 3 giorni di riposo e a sfruttare maggiormente quello che sarà (in tempi moderni) il bullpen. Il nuovo regime portò in quegli anni al declino dei grandi lanciatori “storici”; tra i tanti, due furono quelli che videro crollare rovinosamente la propria carriera: Silver King ed il già citato Hutchison. Bill, che dal 90’ al 92’ aveva vinto rispettivamente 44-42 e 36 partite, ottenne un blando 16W-24L nel 1893, sceso poi a 14-16 nel 94’, e concluse la carriera nel magico anno 97’ con un rovinoso 1-4. Inconsapevolmente, forse per aumentare il numero di runs, i proprietari delle franchigie avevano creato in quell’anno 1893 le basi per il moderno lancio, essere giovani iniziava ad essere una prerogativa fondamentale, ci volevano forza e resistenza fisica, ma a volte nemmeno essere giovani virgulti bastava  Non solo Hutchison ma anche Silver King come abbiamo già detto subì un calo impressionante di prestazioni, e lui aveva solo 25 anni! Silver debuttò con Kansas nel 1886 a 18 anni giocando solo 5 partite (complete) vincendone una e perdendone 3. Fu con l’ingresso in A.A. che ebbe l’exploit e compilò un record di 32-12, fino ad arrivare al suo massimo stagionale di 45-20 stabilito nell’88. Il 93’ andò letteralmente in crisi e militò in due squadre, i Giants ed i Reds. Non si riprenderà più e si ritirerà nel 1897 all’età di 29 anni.

Sotto il nuovo regime di lancio i giocatori dovevano affrontare due problemi. Il primo ovviamente consisteva nello sviluppare dei lanci che lavorassero bene su una distanza maggiore; fastballs che con la precedente distanza erano inafferrabili ora erano divenuti semplici prove di riscaldamento prima dell’incontro. Secondo, dovevano risparmiare energie e trovare pertanto un movimento fluido. Insomma la regola del 93’ iniziò a creare la meccanica moderna di lancio. Solo due lanciatori non sembrarono farsi piegare dalla regola, proprio Rusie e Young. La leggenda vuole che fu proprio per limitare l’eccessiva potenza di Rusie che i proprietari vararono la regola, sembra che Amos avesse delle fasballs micidiali. Ovviamente questa tesi non ha alcun fondamento storico, anzi le cosiddette fastballs micidiali in realtà si aggiravano intorno alle 75 miglia orarie, palle che oggi sarebbero prendibilissime. Proprio su due degli Immortali citati finora, Rusie e McGraw, ci viene fornito in dono un racconto stupendo.

“L’arbitro Tom Lynch , austero e deciso, strappò la copertina rossa che avvolgeva la pallina di gioco. Un gesto che lui tese ad enfatizzare tanto. Non c’erano altri arbitri sul diamante lui era l’unico. Suonò la campana che risuonò anche nei settori alti dello stadio. (…)  “Play Ball!” gridò Lynch. L’enorme folla applaudiva come sempre John McGraw, zelante sul bordo, che a grandi passi si recava al piatto. Il campo era luccicante, fatta eccezione per la pista di sporcizia dal rubber a casa base. L’erba, meticolosamente curata , era più spessa lungo la prima e la terza linea di base. (…) John McGraw sembrava molto piccolo, completamente alla mercé di Amos Rusie. La distanza più lunga non aveva turbato il gigante. Era in forma più che mai per l’inizio della stagione e lanciò un assortimento vario di hard ball e curves. McGraw era paziente al piatto. Alla fine riuscì a mandare la palla sulla linea sinistra. L’outfielder tentò di recuperare la palla, ma il colpo era talmente forte che gli scivolò dal guanto. McGraw giunse in prima e la folla esplose.”   

La partita si concluse con una sonora vittoria degli Orioles per 9-3, come detto nella nota, non possedendo il libro l’estratto non ci dice la data. Ricercando in rete ho trovato una sola partita tra il 93’ ed il 95’ che termina con quel risultato, in data 19 Aprile 1894.  McGraw e Rusie iniziarono a lavorare insieme molti anni dopo, quando John divenne manager dei Giants. La carriera di Amos non si concluse bene; fu uno dei primi a contestare la Reserve Clause e per un anno restò senza contratto. Fu grazie all’aiuto del pubblico che lo voleva in campo che Rusie rientrò, ma oramai aveva fatto il suo tempo.

Classismo, clausole, divieti; la National attuava una lobby molto forte nel periodo e fu per questo motivo che nacque prima l’American Association e successivamente (1890) la Players League, la Fratellanza. Dal  saggio di Michele Pepe leggiamo: “Il baseball moderno non sarebbe stato quello che è oggi senza l’apporto dato a tutto il “sistema” baseball durante l’era post-pioneristica da John Alexander Ward. Nel 1888, Ward era già un avvocato, il proprietario dei Giants vendette il suo contratto ai Nationals di Washington per la cifra record di 12.000 dollari, all’epoca una fortuna. Ward non voleva assolutamente trasferirsi nella capitale (tra l’altro proprio prima della stagione 1888 aveva sposato un’attrice teatrale che lavorava a Broadway, Helen Dauvray). Purtroppo le leggi dell’epoca e la famigerata “Reserve Clause” gli lasciarono ben poco spazio di manovra; le regole infatti erano chiare, i proprietari avevano il diritto di far firmare ai giocatori contratti di un solo anno e questi ultimi non solo non potevano opporvisi o chiedere accordi pluriennali, ma gli era fatto anche divieto di intavolare trattative con gli altri club prima della scadenza naturale del contratto stesso (ecco, andatelo a dire, un nome a caso, al Robinson Cano dei giorni nostri..). In ragione di ciò, quando la stagione finiva, il giocatore era costretto ad accettare le decisioni che i proprietari avevano già preso nei mesi precedenti, visto che a loro non era vietato accordarsi a stagione in corso; questa disparità di trattamenti faceva si, come nel caso del 1888, che i proprietari si accordassero (ad esempio) in settembre, ed il giocatore si trovava di fronte al fatto compiuto quando l’ultimo out della stagione veniva registrato. A quel punto aveva due strade: accettare il nuovo contratto o rimanere disoccupato, dal momento che quei galantuomini dei proprietari facevano anche fronte comune e tendevano a “colpire” il ribelle, negandogli soluzioni alternative. In una società chiusa e fortemente classista come quella americana di fine ‘800, era impossibile ribellarsi; i più deboli (i giocatori normali) subivano il sistema per paura di non poter più giocare, quelli forti erano trattati coi guanti di velluto e si giravano metaforicamente parlando dall’altra parte, come se il problema non li riguardasse.. Tutti, tranne Monte Ward. Come abbiamo ricordato prima, Ward si laureò in legge nel 1885, e subito dopo fu tra i promotori della nascita del primo sindacato fatto da giocatori professionisti, la già citata Brotherhood of Professional Base Ball Players (un primo sindacato era nato nei primi anni ’70, ma era piuttosto una associazione di giocatori ed era aperta ad amatori e professionisti). Tutti i membri della Brotherhood aderirono al progetto di Ward quando questi rese nota l’idea di voler fondare una nuova Lega, istituita con lo scopo di fronteggiare lo strapotere della National. L’esordio fu strepitoso: molti più spettatori che per le gare della National, attratti soprattutto dai nomi delle Superstar che avevavo aderito prima al Sindacato, poi alla Lega di Ward. Purtroppo le regole di ripartizione degli incassi, che prevedevano quote maggioritarie da ripartire ai giocatori, generarono malumori tra i proprietari delle franchigie, i quali vedendo tanto “fumo” e poco “arrosto” si organizzarono in segreto e vendettero le squadre ai proprietari National, facendo morire la Lega dopo solo un anno.. Nonostante tutto, l’esempio della Player’s League fu fondamentale per far capire a tutti gli attori in gioco che la collaborazione era indispensabile e se è vero che la tanto odiata “Reserve Clause” è stata abolita solo nel 1975, è altrettanto vero che proprio la ribellione generata e condotta da Ward in quegli anni fu fondamentale per riscrivere la storia dei rapporti tra proprietari e giocatori, una storia sotto molti aspetti più riguardosa dei diritti dei giocatori se comparata con la logica ai limiti dello schiavismo che aveva caratterizzato i primi venti anni di Majors.

Il 17 Dicembre del 1891 l’A.A. cessa la sua attività, il comunicato arriva da Zach Phelps, presidente dell’Association. Ignorata da lungo tempo dalla National, l’American prevedeva in gran parte squadre degli Stati centrali e del Sud. Quattro di queste vengono inserite nella NL che passa così da 8 a 12 squadre, St.Louis, Louisville, Washington e Baltimore vanno così a completare il quadro definitivo della NL che si trova ad affrontare una situazione critica. Il baseball degli ultimi due anni ha visto quindi ridursi il numero di squadre da 24 in 3 leghe a 12 in una sola. Tutto ciò portò a due conseguenze, la prima, molti giocatori a spasso e poche piazze di lavoro, letteralmente dimezzate. Ovviamente ciò favorì una maggior qualità nei giocatori, i meno talentuosi videro la propria carriera finire nell’oblio. Il secondo punto, molto più critico, portò un affermarsi definitivo della Reserve Clause. Prima essendoci tre leghe i proprietari sottostavano ai desideri dei giocatori, mentre ora, con tutto il potere nelle mani della National, chi non stava alle regole poteva tranquillamente evitare di giocare. Vennero pertanto abbassati gli stipendi ed i proprietari si accaparrarono talenti a prezzi irrisori mantenendo gli stadi sempre pieni. Aumentarono il numero di partite che passarono dalle canoniche 140 a 154 ed il campionato fu diviso in due parti, la prima parte definita “Spring” iniziò il 12 Aprile e terminò il 13 Luglio, mentre la seconda definita “Fall” iniziò il 15 Luglio  e terminò alla fine di Ottobre. La prima “Lega” fu vinta dagli onnipresenti Beaneaters, mentre la seconda dai “Ciclonici” Spiders. Le due si affrontarono in una ipotetica World Series. Non poche critiche fioccarono sull’atteggiamento dei Beaneaters che secondo i più, perdevano volutamente per poter favorire la WS.  Grandi manovre, discussioni, e la stampa raccontò tutto con dovizia di particolari,  Il Wichita Daily Eagle del 2 Gennaio del 1892 ci racconta:

Ben Mulford Jr, che era presente alla nascita della “consolidata” National League e American Association of Professional Baseball Player, ci racconta come è andata. Da questo momento in poi, sarà eminentemente accurato riferirsi ad Indianapolis come alla “Città dei Conflitti Emozionali” (o emotivi, ndr). Nella capitale dell”Hoosierdome* (* ai tempi coloniali  gli ubriachi, i criminali, psicopatici e stupratori, dalla costa Est venivano emarginati e spediti nelle “terre hoosier” come Ohio e Indiana. Hoosier è solo una vecchia parola slang che intende “boschi o backcountry, ndt) i magnati si sono incontrati per fumare il calumet della pace mentre “confezionano” la Storia e organizzano la fusione tra la National League e l’American Association (of professional baseball players). Per alcuni di loro si è trattato di una sofferenza acuta come quella del ragazzino che ha  soffiato fumo del suo primo sigaro. Era dai tempi dell’ultima “guerra del baseball” che non si vedevano tanti proprietari compresi nei confini urbani di una città. Ogni squadra della National e della American era rappresentata, riuniti in gruppi capitanati dai rispettivi presidenti di Lega, Zach Phelps per l’American, N. E. Young per la National. Quando l’ipotesi di una Lega a dodici squadre venne ventilata per la prima volta dodici mesi fa furono in molti a deriderla. Alcuni tra quelli che ridevano più scompostamente sono ora gli avvocati più entusiasti a difesa di questa soluzione che sembra essere l’unica per questo groviglio inestricabile. Gli otto membri della famiglia National rimangono nel circuito, con i Clubs delle città di Boston (Braves e Reds) e Philadelphia (Athletics e Phillies, ndr) che si fondono in un’unica franchigia. Baltimore, Washington, St Louis e Louisville completano la dozzina. Columbus (i Solons, tre anni nelle American: 1889 1890 1891, ndr) si è dovuta arrendere all’evidenza dopo una breve battaglia nel corso della quale ha provato a difendere le proprie ragioni. Dopo la ammissione di Chicago* e l’espansione a nove delle franchigie di American per fargli posto (1889), i Bukeyes (termine con cui si identificano gli abitanti dell’Ohio, di cui Columbus è la capitale, ndr) hanno capito che il posto occupato non era più garantito. Gli sforzi per garantirsi la presenza sono stati praticamente abbandonati. C’era rimasta solo una piccola speranza, e Columbus ha provato a chiedere di restare nella nascente nuova Lega offrendo di contribuire con 10.000 Dollari all’acquisto della franchigia di Luoisville. Nessun segnale in risposta alla proposta, ed allora Columbus ha salutato e ringraziato la compagnia. Se la National avesse voluto agire a tradimento l’Associazione avrebbe potuto essere completamente annientata durante la riunione, ma c’è da dire a loro “credito” che hanno fatto orecchie da mercante allle lusinghe del tentatore che cercava la vendetta solitaria. Due dei nuovi soci di Chicago – George H. Williams e John Condon – hanno fatto visita a Franck Robinson e Charles H. Byrne, ed avevano stabilito prima di incontrarli il loro piano di vendetta. Chris Von De Ahe era l’uomo che desideravano affondare. Secondo loro, è stato il magnate di Saint Louis ad aver reso possibile la fusione, ed hanno offerto ai suoi rivali di ritirarsi dal campo senza un centesimo di risarcimento se la National si fosse trasformata (intende confluita, ndr) nell’Associazione ed avesse  annunciato: “I negoziati sono finiti”.

Un ipotetica ascia di guerra sotterrata. La stagione della definitiva separazione\unificazione si apprestava all’inizio, ma cosa ne pensavano gli addetti ai lavori? Ho trovato un articolo di un giornale del Montana, quindi non propriamente uno Stato dove il baseball ha ricoperto nei secoli un ruolo prominente, uno sguardo alla stagione partente:

Il mondo del baseball, sta iniziando a prepararsi per il suo tipico dominio primaverile e mentre i Managers sono impegnati a far firmare giocatori e a stabilirne i ruoli, il pubblico pazientemente aspetta quello che secondo i più sarà una nuova era per questo sport. In tutte le squadre della lega nuove facce appariranno, ma solo pochi saranno i giocatori nuovi. Glasscock sarà a St. Louis, mentre Boyle e King (Silver) la vecchia batteria di campioni presteranno servizio ai Giants, Brouthers ha firmato con Brooklyn mentre Peffer, senza dubbio giocherà con l’uniforme di Louisville. Van Haitren sarà il manager a Baltimora mentre Tebeau offrirà di nuovo la sua presenza a Cleveland. La faccia di Barnie non è nuova a Washington  (…)

L’articolo prosegue dicendoci che  l’accordo raggiunto dai due enti porterà sicuramente grande beneficio al mondo del baseball, un accordo tra “gentlemen” che hanno messo da parte i vari dissapori per un progetto unico e grande, soprattutto a fronte del fatto che nuovi orizzonti sono stati aperti come l’allargamento al centro-ovest, e al centro-sud. Nella stampa si fa largo l’idea che il vincitore definitivo della lega sarà realmente il campione degli Stati Uniti, poiché con i precedenti sistemi, anche nel pubblico sorgeva il dubbio su chi fosse realmente il team più forte, Grandi accenti anche sulla questione della maggiore qualità media dei giocatori, visto che la riduzione delle franchigie ha generato per l’appunto un livellamento verso l’alto della qualità e la messa a riposo dei  soggetti minori che poco hanno da dire nel mondo del baseball professionistico. Ma anche parlare la stessa “lingua” porterà maggior beneficio estetico ed organizzativo date le differenze di regole che imperversavano nei vari club e nelle varie leghe. Con questi auspici iniziò la stagione il 12 Aprile del 1892. Le World Series furono tra Spiders e Beaneaters, ma durante il percorso accaddero tante cose interessanti.

Cosa?

Ve lo racconto tra 15 giorni.

Noi ci siamo divertiti e voi?

Pietro Striano

12 ottobre 1986 – Donnie Moore e quel lancio sbagliato

Salve a tutti,

il mio nome è Donnie Ray Moore.  Sono nato il 13 di febbraio di 60 anni fa  a Lubbock, nel cuore più profondo del Texas. Questa cittadina nasce in mezzo al nulla, lontana da tutto e da tutti. Anche se pochi anni prima che nascessi tutti sapevano dove si trovasse. Nel 1951 difatti tre professori della Texas Tech University (allora si chiamava Texas Technological Center) nel crepuscolo di una sera d’agosto avvistarono distintamente un gruppo di una trentina di luci nel cielo perfettamente ordinate che irradiavano un bagliore molto intenso di color verde/bluastro, più intenso delle normali stelle o degli aerei che solcavano il cielo del Texas. Nei giorni successivi gli avvistamenti si ripeterono con sempre maggiore frequenza tanto da richiamare l’attenzione dei media e dei giornali di tutto il mondo che invasero quella piccola città. Fu il primo vero e proprio avvistamento di massa di UFO. Dopo un mesetto buono tutto cessò e nessuno capì mai se si trattò di una delle più grosse suggestioni di massa oppure se qualcosa di magico nei cieli di Lubbock accadde veramente.

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Ma non è di UFO che vi volevo parlare. E nemmeno di Lubbock, anche se mi ricorda i tempi spensierati della mia gioventù ed il solo ripensare a quei momenti mi rende più semplice superare ciò che mi sta accadendo ora. Vi sto scrivendo dal bullpen dell’Anaheim Stadium, ed anche se da voi siete in pieno inverno qui è il 12 ottobre 1986. Anzi, qui è sempre il 12 ottobre 1986. E’ un ciclo ripetuto, infinito che non si interrompe mai.  Ogni volta che mi sveglio mi ritrovo qui, in questo piccolo rettangolo di terra battuta, con i miei compagni che nel diamante stanno affrontando i Red Sox davanti ad un ballpark pieno gremito di persone festanti. Ed ogni volta mi risveglio con una siringa di cortisone in mano e la spalla dolorante, auto-costringendomi ogni volta ad iniettarmelo in vena per alleviare la sofferenza che ogni giorno/non giorno si fa sempre più forte. Quindi arriva lo squillo del telefono del bullpen, con Gene Mauch che ordina di scaldarmi. Entro sempre in campo nel nono inning, dando il cambio ad un inferocito Gary Lucas e manca sempre un solo out alla chiusura della partita. Ma ogni volta davanti a me si presenta Dave Henderson, sbaglio un lancio e mi punisce sempre con lo stesso fuoricampo. Ogni maledetto giorno. Esco dal campo tra gli insulti di qualsiasi essere vivente (anche se nel mio caso sarebbe meglio dire NON vivente) e vado a farmi una doccia , continuando ad udire in lontananza il rombo delle proteste della gente. Uscendo dagli spogliatoi vedo Ronnie, il mio figlio più piccolo, che spalanca la bocca in un urlo spaventato e spaventoso fissandomi con i suoi occhi pieni di lacrime. Nei suoi occhi vedo riflesso il sangue ed il dolore che mi riempiono di angoscia in un turbine spaventoso che mi fa perdere i sensi cadendo per terra. E quando riapro gli occhi mi ritrovo qui nel bullpen, ed ecco che ricomincia tutto daccapo. Il bullpen, il cortesone, l’ingresso in campo, …

Sì, avete capito bene. Questo è l’inferno. Questo è il mio inferno, la mia punizione per quello che ho fatto nel mondo dei vivi e che mi perseguiterà in eterno nel mondo dei morti. Questo è un appello disperato che vi faccio o miei lettori che siete nel mondo dei vivi. Io non sono un uomo cattivo, non lo sono mai stato. Ho sempre amato mia moglie, i miei figli, il baseball. Mi sono solo ritrovato in mezzo ad un disegno più grande di me dove io sono capitato per sbaglio e l’ho capito soltanto ora. Ho agito da uomo solo, disperato, senza più nulla al quale potermi aggrappare.  E se non mi credete, lasciate almeno che vi racconti la mia storia.

Come vi dicevo sono nato e cresciuto a Lubbock. Il baseball è sempre stata la mia vita e mi ha aiutato fin da ragazzo a superare tutti i pregiudizi razziali che un ragazzo di colore come me poteva subire soprattutto in quegli anni. A dir la verità ero un ragazzo che amava la vita, amava ridere e stare in compagnia. E non mi è mai interessato se i miei compagni fossero bianchi, neri, gialli o blu. Oltretutto nella mia High School, la Monterey, ero praticamente l’unico ragazzo di colore e se sono riuscito a vincere il titolo di studente più popolare nel mio anno da senior… beh, un po’ di merito me lo dovete pur concedere! Il baseball… ah, l’amore per il gioco si è definitivamente radicato dentro di me in quegli anni. Non vedevo l’ora che finissero le lezioni per potermi cambiare e correre sul diamante per lanciare, lanciare e lanciare fino allo sfinimento. Non eravamo una grande squadra, ma il mio nome e le mie micidiali palle veloci hanno presto cominciato ad essere conosciute prima nella contea, quindi nello Stato del Texas  e quindi sui taccuini di un sacco di scout di Major League. Ma non era la mia sola passione. Appena potevo andavo a trovare Tonya, il mio amore. L’ho conosciuta che avevo appena 11 anni e da quel lontano momento non ho mai più smesso di amarla. Mai più, nemmeno per un secondo, anche se quello che vi racconterò vi farà pensare che non sia così.

Nello stesso modo in cui scelsi Tonya come donna della mia vita così decisi che il baseball sarebbe stato il lavoro della mia vita che avrebbe dato da mangiare alla nostra famiglia. Nemmeno per un attimo ho avuto dubbi sul fatto che sarei riuscito ad arrivare lassù, tra i grandi della Major League. Anche se i momenti difficili ovviamente non sono di certo mancati… quando nacque Demetria, la nostra prima figlia, avevo appena 18 anni ed andavo ancora a scuola. Né io né Tonya lavoravamo e lei ovviamente mi chiese di lasciare perdere il baseball, di trovare un lavoro ‘vero’ e provvedere così economicamente alla crescita della bambina. Decisi di sposare Tonya ma non la ascoltai e non abbandonai il baseball. Insomma, mettetevi un po’ nei miei panni: nello stesso anno in cui nacque Demetria venni scelto nel drat dai Red Sox. I Red Sox capite? Ok, non accettai la loro proposta, loro mi volevo come esterno mentre io mi sentivo un grande lanciatore e non volevo lasciare il monte di lancio ma… porca miseria, se ero stato scelto dai Boston Red Sox significava davvero che valevo, che potevo diventare qualcuno! Come avrei potuto abbandonare questo sogno? Dopotutto se fossi riuscito a sfondare non solo avrei portato a casa i soldi per fare crescere Demetria ma per fare crescere anche i miei nipoti ed i miei pronipoti. La chiamata in Major League non si fece difatti attendere e l’anno dopo venni chiamato dai Cubs. I primi anni li ho trascorsi in giro per le Minors tra Key West, Midland e Wichita ed i soldi guadagnati erano sempre pochi, troppo pochi. Devo ringraziare infinitamente i miei genitori se in questo periodo hanno creduto in me aiutando Tonya e Demetria là dove io non riuscivo ad arrivare.

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Mi sentivo forte, fortissimo. Crescevo di partita in partita, anche se sapevo che avendo soltanto un tipo di lancio forte (la fastball) in Major League non avrei mai potuto essere un lanciatore partente ma al massimo sarei potuto diventare un rilievo oppure un closer. Ma lo cosa non mi dispiaceva, anzi mi esaltava! Mi esaltava l’idea di poter essere l’uomo dell’inning decisivo, l’uomo che tutti i battitori avversari temono per le sue bombe micidiali… e tra un sogno ad occhi aperti e l’altro ecco finalmente che arrivò il 1978. In quell’anno ad Herman Franks piacque la mia crescita e mi promosse in pianta stabile nel roster dei Cubs. Ok, non era forse una squadra fortissima, a malapena il numero di vittorie superava il numero delle sconfitte ma… cavolo, ce l’avevo fatta! Mi guardavo allo specchio orgoglioso di me stesso ed orgoglioso di poter di nuovo guardare in faccia Tonya, Demetria, i miei genitori, i miei amici ed i miei coach della Monterey High School. Quell’anno giocai ben 71 partite anche se, devo essere sincero, con il senno di poi l’impatto con il campionato più difficile del mondo non fu particolarmente semplice. Ma in fin dei conti quello che importava è che avevo finalmente firmato un contratto da professionista, guadagnavo i miei primi pesanti dollaroni e le statistiche alla fine non erano poi così brutte.

Non avevo tenuto conto però di un fatto… come vi avevo appena detto io sapevo lanciare soltanto palle veloci. Né slider, né palle curve, né change up. Solo fastball. E le stelle della MLB non ci misero molto a conoscermi ed a colpire i miei lanci con regolarità. Il 1979 fu un mezzo disastro, con i Cubs che a fine stagione mi cedettero ai Cardinals. A St.Louis andò ancora peggio per non parlare del 1981 quando con i Brewers giocai la miseria di 3 partite in tutta la stagione.

Arrivai ad un bivio, sentivo che la mia carriera oramai era appesa ad un sottile filo. Ma arrivarono due scossoni che mi fecero alzare la testa e mi fecero capire che non mi potevo e non mi dovevo arrendere. Tonya mise alla luce Ronnie, il nostro terzo figlio e per il rotto della cuffia ottenni un posto nel roster degli Atlanta Braves di Joe Torre.

braves

Non mi potevo permettere un altro flop, sapevo che un altro anno sottotono avrebbe messo definitivamente una pietra sopra la mia carriera. Fu così che allora capii e decisi di voler restare in quel mondo e per restarci avrei dovuto sviluppare qualcosa di diverso, un nuovo lancio da poter alternare alle mie veloci per poter tornare a mettere in difficoltà i miei avversari. Passai l’invero del 1981 ed i primi mesi del 1982 ad allenarmi come un pazzo su quel lancio, la forkball, che sarebbe poi diventato negli anni successivi la mia fortuna e la mia disgrazia nello stesso momento. Dopo un 1982 di ‘rodaggio’ ma comunque con numeri in crescita, nel 1983 e nel 1984 fui una delle rivelazioni, divenendo uno dei migliori rilievi della National League.

E quindi arrivarono gli anni magici. Nel 1985 mi trasferii ad Anaheim per giocare con gli Angels di Gene Mauch. Lì comprai anche casa, un villone gigantesco dove misi a vivere mia moglie ed i miei figli. Finalmente potevo giocare e tornare la sera a casa insieme alla mia famiglia! Quell’anno partecipai anche agli All Star Game… insomma, ero oramai considerato uno dei migliori closer di tutta la lega, se non addirittura il migliore. Anche il 1986 non fu da meno, pur cominciando ad avere quei  fastidiosissimi problemi alla spalla ed al costato che mi obbligavano spesso e volentieri a dover prendere del cortisone prima e dopo le partite.

Angels

Ed in quel maledetto pomeriggio di domenica 12 ottobre 1986 la spalla mi faceva davvero tanto male. L’iniezione di antidolorifico stavolta non fece particolare effetto, ma io non dissi nulla ai miei compagni ed ai coach. Io quel giorno ci volevo essere, ci dovevo essere. Eravamo nella finale delle American League Championship Series contro i Red Sox e ci mancava una sola vittoria per raggiungere le World Series. Gli Angels non ci erano mai arrivati e quello era un appuntamento con la storia al quale non avrei rinunciato nemmeno se avessi avuto la febbre a 40.

Il nono ed ultimo inning lo cominciammo in vantaggio 5-2. Le World Series erano davvero ad un soffio.  Mike Witt, lanciatore partente di quella partita, era però oramai esausto e concesse un fuoricampo da due punti a Don Baylor. 5-4. A quel punto mi stavo riscaldando già da un po’, ma Mauch decise di chiamare sul monte Gary Lucas. Rimasi sorpreso, ma continuai a riscaldare il mio braccio, cercando di non forzare troppo per non acuire il dolore alla spalla. Gary colpì subito Gedman al primo lancio, regalandogli la base. Ed il telefono del bullpen squillò immediatamente: Mauch mi voleva in campo.

Entrai in una situazione complicata certo, ma con due out ed un uomo in base bastava riuscire ad eliminarne uno dei due ed avremmo vinto partita e serie. In quel momento il dolore non lo sentii più ed il boato del pubblico quando entrai in campo mi riscaldò l’anima e tutta l’adrenalina entrò in circolo facendomi sentire invincibile, imbattibile. L’avversario in battuta era Dave Henderson, un esterno entrato al quinto inning al posto di Tony Armas. Il mio amico Bob Boone era il catcher al quale dovevo lanciare i miei missili.

henderson

Feci qualche lancio di riscaldamento e vidi che tutto sembrava a posto… spalla, meccanica, controllo, tutto perfetto, tutto secondo i piani. Decisi di cominciare con un lancio basso fuori dalla zona dello strike, giusto per capire cos’aveva intenzione di fare Henderson. Lui non abboccò e mi presi il primo ball. Secondo lancio; alzai di qualche centimetro il lancio, convinto del fatto che il mio avversario non avrebbe girato la mazza. E così avvenne. Strike uno. Al terzo decisi di replicare il primo lancio, usando sempre una fast ma gettando l’amo ad Henderson che abboccò in pieno girando a vuoto la mazza. Due strike. Uno strike dalle World Series. Il mio avversario sembrava frastornato, ed il suo giro di mazza sul mio terzo lancio fu veramente brutto e sbilanciato. Mi sentivo davvero forte, intoccabile. Lo avevo assolutamente in pugno. Quarto lancio, tutta la folla si alzò in piedi pronta ad esplodere nel boato di gioia che aspettava da 25 anni. Decisi di lanciare un’altra fast ma al rilascio della pallina sentii una fitta alla spalla, la pallina uscì troppo bassa e Boone la prese a terra. Ball due. Qualcosa dentro di me cominciò ad incrinarsi per via di quella scheggia di dolore riapparsa nell’ultimo lancio. “Solo un altro lancio Donnie, solo un  altro lancio” mi dissi tra me e me. Al quinto lancio il dolore si fece ancora più forte e mi uscì una breaking ball che Henderson colpì ma finì in foul. Come cambiano alla svelta le prospettive nel nostro gioco… un attimo prima lo avevo in pugno, avevo messo Henderson all’angolino, ed ora tremavo al solo pensiero di dover effettuare un altro lancio per la paura che quel dolore sordo e pungente mi facesse perdere velocità e controllo nei miei lanci. Lasciai trascorrere qualche secondo, passeggiando attorno al monte per cercare di calmarmi e di ritrovare il controllo.  Si avvicinò anche Boone che, vedendomi preoccupato, venne sul monte e con un gesto mi chiese di guardarlo e di lanciare quello che mi chiedeva (nel lancio precedente mi aveva chiamato una fast).

Mi guardai attorno in cerca di conforto, di qualcosa o di qualcuno che mi rassicurasse. Guardai in cielo e mi sembrò di vedere un volto conosciuto, il volto del Bambino, di Babe Ruth che aveva dipinto sul volto un ghigno malefico. Allora mi ricordai della maledizione che lui aveva lanciato sui Red Sox e pensai quindi che lui fosse dalla mia parte, che i nostri avversari non potessero vincere ed andare alle World Series. Pensai che Ruth mi avrebbe protetto da lassù. Non potevo sapere invece che il suo disegno era ben diverso e che la sua maledizione si sarebbe avverata sì ma solo qualche giorno dopo abbattendosi come un tornado su Buckner. Ma tantò bastò per rincuorarmi e riprendere coraggio. Decisi di non provare a lanciare un’altra fast… la mia spalla non me lo avrebbe mai permesso. Decisi di cambiare e di lanciare una forkball, il lancio che tanta fortuna mi aveva dato nelle ultime stagioni. E’ un lancio più lento e mi avrebbe permesso di avere un po’ più di controllo.

Caricai il lancio, rilasciai la pallina ed in quel preciso momento sentii che il lancio era sbagliato. Mi uscì lento, la pallina non scese ma rimase in mezzo al piatto. E per Henderson fu un gioco da ragazzi colpirla, buttarla fuori campo, portare in vantaggio i suoi e mortificare i sogni di gloria di noi giocatori, dei coach e di tutto il pubblico presente. Molti di voi già sapranno che poi alle World Series del 1986 ci andarono proprio i Red Sox.

lancio

Da quel momento niente fu mai più come prima. Venni preso di mira da tutti; stampa, tifosi, società. Divenni il capro espiatorio, la barzelletta, il nome da menzionare ogni volta in cui c’era la necessità di prendersela con qualcuno. Pensate che nei due anni successivi il Los Angeles Times mi menzionò 43 volte, quasi la metà delle quali solo per ricordare e ricordarmi di quel lancio. I tifosi? Ad ogni mio ingresso in campo ricevevo una quantità di fischi ed insulti che mai nella mia carriera ho ricevuto in tutti i ballpark dove giocavo in trasferta. La società? Mike Port, il General Manager degli Angels, in un’intervista disse chiaramente che io non mi meritavo di guadagnare i soldi del mio contratto.

A nessuno interessava del fatto che il mio infortunio era grave, che non mi permetteva più di dare il 100% nonostante il mio impegno, la mia abnegazione. Nessunò capì che un altro grave infortunio, ma di tipo mentale, si era impossessato di me e nessuno poteva farmi guarire da questo.

Anche a casa cominciò ad andare tutto a rotoli. Avevo preso a bere un po’ troppo per non pensare ai miei guai e questo condizionò tantissimo il rapporto con mia moglie ed i miei figli. Oltretutto il tenore di vita che avevamo era troppo alto nonostante il mio ricco contratto e presto dovetti pagare il conto anche di questo.

Alla fine del 1988 gli Angels mi rilasciarono ed io cercai disperatamente un ingaggio in qualche altra squadra. Ma il mio nome era ormai tossico e trovai sì un ingaggio ai Royals ma firmando solo un contratto di Minor League. Giocai qualche mese in triplo A ma venni presto rilasciato e licenziato a causa del mio continuo status di infortunato.

Nel giro di poco tempo avevo perso tutto. E quando, ritornando nella mia casa di Anaheim dopo il taglio dai Royals, vidi che era stata svuotata da mia moglie portandosi via tutto mi crollò definitivamente il mondo addosso. Si portò via mobili, soprammobili e pure i miei figli. Quella sera mi ubriacai come mai avevo fatto in vita mia.

Il giorno dopo andai a parlare da lei. In casa c’erano anche i nostri figli. Mi ricordo poco di che cosa parlammo, ma ben presto cominciarono a volare urla e parole grosse. Ricordo che ad un certo punto tirai fuori la pistola che portavo con me e sparai a mia moglie. 5 volte. Demetria, la mia figlia più grande, ebbe l’incredibile forza di riuscire a portarla fuori in giardino, altrimenti sono sicuro che le avrei scaricato addosso tutto il caricatore. Ricordo poi il viso di Ronnie, il mio pargoletto di 8 anni, che urlava guardandomi spaventato e piangendo. Mi fissava con odio, con uno sguardo tanto feroce e tanto spaventato da farmi riprendere di colpo e capire quello che avevo appena fatto.

Avvicinai quindi la pistola alle tempia, guardai mio figlio e mentre dissi “Perdonami figliolo” sparai e mi accasciai per sempre al suolo.

Mia moglie sopravvisse, incredibilmente solo 3 dei miei 5 colpi andarono a segno, nessuno dei quali colpì zone vitali di Tonya.

Ed io? Una volta lasciata la vita terrena, poco prima di varcare il cancello dove un tizio vestito di bianco avrebbe deciso se mandarmi in paradiso oppure giù in basso, mi si appoggiò sulla fronte un foglietto portato dal vento. Lo aprii e lo lessi. C’era scrito più o meno così: “Mi dispiace Donnie, ti sei solo ritrovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato”. Firmato Babe Ruth.

Come sia andato il colloquio con il tizio vestito di bianco lo avete già capito. Ma non sono un uomo cattivo. In fondo, tutto quanto è capitato per un solo, unico, bastardo, maledetto lancio sbagliato.

Il nono inning sta per cominciare… Mike Witt è stanco, tra poco entrerà in campo Lucas. E poi sarà di nuovo il mio turno. Tra poco il telefono del bullpen suonerà scandendo il mio nome.

Devo andarmi a riscaldare.

Donnie Moore

31 Dicembre 1972 – Ciao Roberto, ciao Uomo Giusto

Clemente nuvole

Voi dite che questo è un mondo giusto, fatto per gli Uomini Buoni?

Chi lo sta dicendo? Alzate la mano, ve lo chiedo per favore.. alzate la mano e parliamone.. Lo pensate anche quando ascoltate il telegiornale, ed il reporter legge le notizie mentre in video scorrono le immagini di qualche trafficante di droga, col sorriso tronfio, ripreso mentre esce dal carcere dal quale il suo avvocato da mille dollari l’ora lo ha tirato fuori grazie a qualche cavillo da iper-garantisti? Quando sentite delle truffe perpetrate ai danni della povera gente, creste su sussidi ed aiuti umanitari? O quando sentite l’uomo di turno vestito di bianco (per fortuna questo sembra diverso..) lavarsi la coscienza dal suo balcone chiedendo che “le armi smettano di sparare” perché qualche conflitto in particolare genera disagi all’establishment mondiale, tacendo per anni mentre a milioni muoiono in Ruanda, ad esempio, tanto quelli non contano nulla? Lo pensate anche quando qualche blitz delle polizie postali del mondo, sempre troppo pochi, beccano fior di professionisti, persone rispettabilissime a quanto si credeva, con i personal computer pieni di immagini pedo-pornografiche? Questo è un mondo giusto per voi?

E credete anche che le promesse di una vita migliore ultraterrena, perfetta, dorata, possano lenire la rabbia e la consapevolezza di una esistenza passata a mandar giù bocconi amare, sopportare ingiustizie..? Beati voi.. Capiamoci, non è vero che io non ci creda, non è vero che sono un cinico disincantato, no.. Credo nella Giustizia, quella con la maiuscola, e credo anch’io che tutto il male che viene fatto prima o poi lo si paga, aldilà o da questa parte del muro, in un modo o nell’altro. Ma da essere umano imperfetto, da peccatore che si pente solo per poi peccare di nuovo, da essere normale insomma tutte queste considerazioni mi aiutano spesso, quasi sempre, per cui nella maggior parte dei casi mi consolo e mi acquieto dicendo che prima o poi la Signora con la Bilancia verrà a pesare le anime di ognuno di noi ed il verdetto sarà sacro ed inappellabile.. In altri casi, invece, nemmeno abitudini, convinzioni, credenze o la pseudo fede riescono a farmi credere che questo sia un mondo giusto, fatto per gli Uomini Giusti.

Perché se così fosse, il 31 dicembre del 1972 Roberto Clemente non sarebbe morto.

Succede che sabato 23 dicembre un tremendo terremoto (6,2 della scala Richter) scuote il Nicaragua alle fondamenta; siamo ormai a Natale, le persone perbene come me e come voi guardano i notiziari, mettono la mano davanti alla bocca, si profondono in esclamazione del tipo “povera gente” lavandosi così la coscienza, ed un secondo dopo riprendono le loro attività prenatalizie.. Roberto Clemente no, lui che è nato a Portorico e che sa bene cosa voglia dire essere poveri in un paese centroamericano, si attiva da subito per trovare il modo di portare non solo cordoglio e “vicinanza” a quei poveri sfortunati, lui si preoccupa di far si che quella gente abbia di che mangiare, possa superare quei primi momenti di paura e sbandamento. Si mette in contatto con le organizzazioni umanitarie, qualunque esse siano, compila, firma e consegna assegni per coprire le spese, telefona ai suoi amici, spende la sua immagine con quei personaggi che amano fare beneficenza ad alto livello senza preoccuparsi del ritorno di immagine, funge insomma da collettore per la raccolta dei fondi e controlla che gli stessi siano spesi nella maniera giusta. Gli basta poco per riuscire ad organizzare il primo volo contenente aiuti e generi di prima necessità, ma non si ferma.. Continua instancabile, per lui quel Natale non è come gli altri, e sua moglie Vera ed i suoi tre bimbi, Roberto Junior, Luis Roberto ed Enrique Roberto lo sanno, e capiscono. Organizza il secondo volo, organizza il terzo che sta già preparando il quarto.. Già, il quarto.. Prima che parta gli arrivano voci che quella bella gente del presidente del Nicaragua Somoza e la pletora di vermi di cui quel farabutto, quel criminale, quel rifiuto umano si circonda, non hanno smistato il contenuto dei primi tre viaggi, che molti di quei pacchi di aiuti pensati per la povera gente di Managua, sono stati in realtà trattenuti da quella feccia; ci mette un attimo a decidere che sul quarto volo, quello che partirà dall’aeroporto di Pittsburgh la mattina di domenica 31 dicembre, ci sarà anche lui.. Già, l’ultimo dell’anno.

Fermiamoci un attimo, cerchiamo di capirci anche se siamo costretti a imbrattare di fango la maschera di ipocrisia che copre il volto di tante superstar dei giorni nostri.

Sapete come si fa la “beneficenza” oggi..? Ve l’hanno mai raccontato? E’ semplicissimo; il consulente di immagine della star gli trova un “obiettivo”, ad esempio le ragazze madri dello Sri Lanka, e il commercialista gli costituisce una “Fondazione”.. Lo scopo è quello di raccogliere fondi attraverso i canali preposti, come serate, convegni, sottoscrizioni on-line.. Quei fondi che poi serviranno per pagare prima i costi della Fondazione (di solito la nostra amatissima stella ci piazza amici d’infanzia, parenti, persone con cui ha “debiti” morali di varia natura), poi per acquistare i generi necessari alla comunità per cui l’iniziativa (formalmente almeno) è nata.. Ovviamente, la Fondazione deve nascere con un lascito, una donazione dell’Uomo Caritatevole che l’ha fondata.. e lui cosa ti fa? Stacca il suo bell’assegno a cifra tonda (le star di Hollowood sono innamorate del milione di dollari, Joey Votto ha copiato da loro..) e lo dona durante una cerimonia nel corso della quale telecamere, microfoni ed accrediti stampa sono più numerosi degli spettatori ad un All-Star Game.. Quello che i riflettori non illuminano, le telecamere non dicono, i microfoni non registrano, sono le conversazioni tra l’agente della nostra Star nell’atto di contrattare con lo Sponsor un bonus che, guarda caso, spesso coincide con l’importo della donazione originaria e che la Star riceve per promuovere il logo dello sponsor stesso durante tutti gli eventi della Fondazione.. Che uomini, vero? Perché vi ho detto questo…? Perché dovete capire bene la differenza, perché già dalle sette del mattino dell’ultimo dell’anno Roberto Clemente era sulla pista dell’aeroporto, piegato sul carrellino da carico e passava ad un membro dell’equipaggio i pacchi che il suo compagno di squadra Tom Walker gli consegnava, prendendoli dal carico; Tom è il papà di Neil che con i Pirates di Roberto e di suo padre ci gioca anche oggi. A carico completato Tom disse: “Ok, siamo pronti, partiamo”.. E Roberto gli rispose: “No, tu resti qui, vado solo io.. E’ l’ultimo dell’anno, vai a casa con la tua famiglia”.. Tom andò a casa e ancora non se lo perdona, anche se in quell’aereo, vecchio e con qualche problema meccanico già riscontrato in precedenti voli, lo spazio per lui non ci sarebbe comunque stato, l’avevano caricato oltre i limiti della portata.. Perché Roberto voleva portare più roba possibile.. Fecero scalo a San Juan di Portorico, nello stesso aeroporto in cui Roberto e Orlando Cepeda nel 1961, al termine della stagione regolare di Major League, erano stati accolti da ventimila persone in delirio.. Erano entrambi reduci da una staqione stellare, Roberto aveva vinto le sue prime World Series nella serie più bella di sempre, quella del 1960 contro gli Yankees, e le avrebbe rivinte nel 1971. Tre mesi prima di quella mattina di fine anno aveva invece disputato la sua ultima gara di stagione regolare contro i Mets, e la valida battuta contro John Metlack era stata la numero tremila in carriera.. 18 anni di carriera, tutti da stella assoluta, premi a decine, sempre la testa alta, il cuore in una mano ed a portata di chiunque ne avesse bisogno. Roberto Clemente era un Dio, e non ve lo dico io, lo dicono i fatti.

L’aereo si inabissò ad un miglio dalla costa di San Juan, alle 9,22 della sera, ora locale. Jerry Hill, il pilota, aveva appena virato sulla sinistra dopo il decollo. La Guardia Costiera si mosse da subito, ma subito in casi del genere è sempre troppo tardi.. Non trovarono nulla, niente, niente di niente, girarono in tondo fino alle cinque del mattino dopo.. Qualche giorno dopo il mare restituì frammenti di carlinga e quel che restava dei corpi di quattro dei cinque passeggeri, tre membri dell’equipaggio. Di Roberto niente, nulla. E non mi dite che siete sorpresi, lo sappiamo tutti che quando un Dio muore il suo corpo non resta su questa terra, lo sappiamo tutti.

Tutta Pittsburgh era per strada quando lo ricordarono con una cerimonia struggente come poche. Tutta Pittsburgh riempiva idealmente quella chiesa, guardava quella bara che non c’era e se ci fosse stata sarebbe stata comunque vuota, sudario più che legna, nuvola e non giaciglio. C’era tutta Pittsburgh e c’erano tutti i Pirates, tutti i suoi compagni e non era per i titoli, non era per le foto ricordo.. C’erano tutti tranne uno, uno dei suoi compagni. Lui non c’era.. Quando riempirono quella chiesa Manny Sanguillen, il migliore amico tra i compagni di Clemente non era in chiesa.. Lui non aveva la giacca e la cravatta in quel momento, lui aveva una muta di gomma, una bombola sulle spalle ed era nelle acque di San Juan che cercava, si immergeva, cercava e tornava ad immergersi. Lo stava cercando. Manny non si voleva arrendere all’idea che in quel momento Roberto Clemente era già dove era previsto e scritto che fosse, seduto tra le nuvole, stella tra le stelle, ad ispirare milioni di essere umani col suo esempio.

Grazie Roberto, grazie per sempre, e sempre di più.. Questo non è un mondo giusto, ma viverci è meravigliosamente bello, perché vivendo possiamo incontrare Uomini come te, e non dimenticarli mai.

25 Ottobre 1986 – Bill Buckner ed un ‘conto’ da pagare.

Bill Buckner 1E, come d’incanto, l’inserviente con la giacca rossa gli fece un cenno col capo dicendogli solo: “C’mon, it’s time to go”. Allora quel ragazzone ormai prossimo ai sessant’anni tolse le mani dalle tasche dei suoi pantaloni, si scostò con un colpetto di reni dal muro sistemando la schiena, con un solo movimento delle mani tirò giù la sua casacca, chiuse l’ultimo bottone della stessa e per la prima volta guardò fuori dal tunnel, alla sua destra; in quel momento, mentre il verde immacolato del prato gli sorrideva e l’azzurro del cielo di Boston lo rassicurava, William si rese conto di quanto sono lunghi 22 anni.. A dire il vero, Bill si trovò a pensare a quanto fossero lunghi 21 anni, 5 mesi e 14 giorni e se preferite contarli in un altro modo, Bill sarebbe stato comunque in grado di assicurarvi che si trattava di qualcosa come 7855 giorni; o, se preferite e gli credete, 7855 notti, altrettante volte in cui la sua testa si poggiava sul cuscino e la memoria tornava, fosse solo per un istante, ad una sera newyorkese di quasi ottomila sere prima.. Gli succedeva mentre magari Jody al suo fianco riposava serena, le ragazze nella loro stanza, Brittany e Christen, belle come mamma e fiere come papà forse chiacchieravano e si confidavano come solo due sorelle sanno fare, Bobby dormiva pensando ad aeroplanini di carta e sognava di viaggi sulla luna, lui voleva fare l’astronauta. O gli capitava quando si presentava ad una persona nuova, un suo cliente cui stava cercando di vendere casa o anche una macchina (la testa sulle spalle l’aveva sempre avuta, ancora giocava e già programmava il suo futuro), e dopo aver assaggiato la sua energica stretta di mano la battuta che l’interlocutore gli faceva era sempre la stessa: “Cazzo, Bill; ma allora la tua presa è forte per davvero..”. E lui abbozzava, sorrideva; deve passare, si diceva, passerà.

E mentre il prato gli veniva incontro sorridendo, ed il cielo lo rassicurava, Bill capì che era passata per davvero.. L’aria all’esterno di quel primo pomeriggio di Boston lo sorprese per quanto era calda, socchiuse gli occhi solo per abituarsi al sole; ma forse il caldo era solo quello che trasmettevano le 36.567 persone che si alzarono, insieme, tutte in piedi ed esplosero in un boato di benvenuto. Si, il caldo veniva da loro: era l’otto aprile del 2008, le due del pomeriggio di Fenway, Boston, Stati Uniti d’America, e Bill Buckner era tornato a casa.

Noi umani siamo esseri fallaci; viviamo commettendo errori e spesso ne paghiamo il conto, salato il più delle volte; ecco, se volete una definizione oltre le righe di “uomo fortunato” ve la regalo senza pensarci: l’uomo fortunato è quello che non paga dazio per i propri errori.. Ce ne sono alcuni che ti scivolano addosso come l’acqua sotto la doccia, o come un alito di vento in una giornata di bonaccia in barca. Altri ti scavano l’anima con prepotenza, e ti attorcigliano le budella per ogni benedetto giorno che passi su questo pianeta. Li paghi, senza sconti, e non puoi nemmeno protestare, prendertela con qualcuno, cercare di dividerli per portarne il peso.. si, la comprensione, l’affetto, a volte la compassione.. panni caldi, cerotti smunti, palliativi, niente. Sei tu, da solo, e ne porti il peso. Nemmeno alzare gli occhi al cielo, urlare quando sei solo e nessuno può sentirti ti può aiutare; anche perché tu urli, puoi urlare quanto vuoi, ma il verme non esce, e soprattutto non ti ascolta nessuno. Chi potrebbe, del resto? Gli uomini come te? No, l’abbiamo detto prima.. Qualcuno a piani alti? Si, certo, ti ascoltano; ma non ti sentono. Ti guardano, ma non ti vedono. Sei solo. Solo.

Vallejo

William Joseph Buckner nasce il 14 dicembre del 1949 a Vallejo, una splendida cittadina adagiata su di una riva della baia di San Pablo, mezz’ora di macchina da Oakland e San Francisco; la guerra è finita da poco, la locomotiva America sbuffa come sempre ed i suoi abitanti vivono ed operano lavorando come formiche ogni giorno, si rilassano e si divertono a guardare il baseball di pomeriggio ed a sera. Sono gli anni in cui il gioco del batti e corri, quello che conta, si gioca e si decide in pochi chilometri quadrati, quelli che separano lo Yankee Stadium degli Yankees nel Bronx, Ebbet Fields del Dodgers a Brooklyn, il Polo Grounds dei Giants a Manhattan; New York e basta, insomma. Dall’altra parte dell’Universo. Se non ci credete, ricordatevi che quando Bill nasce gli Yankees sono Campioni del Mondo per la loro dodicesima volta da poco più di due mesi (hanno battuto i Cardinals di Stan Musial), l’anno dopo batteranno i Phillies, e dal 1951 in poi bisognerà aspettare il 1954 (Cleveland Indians) per trovare alle World Series una squadra che non sia di New York, ed il 1957 (Milwaukee Braves) per trovare una vincitrice che non sia espressione del baseball della Grande Mela.. Il resto è roba loro: Yankees, Giants, Dodgers. Ed i Braves ci riescono soprattutto grazie al fatto che possono annoverare tra le loro fila una divinità in grado di rivaleggiare con quelle Newyorkesi, un “martello” di ventitrè anni che viene dal Sud più profondo, dall’Alabama. Ci vuole Hank Aaron per battere New York, e se credete che le leggende nel baseball nascano per caso.. beh, chiudete questa pagina, andate a prendere un caffè o dove volete e ne riparliamo un’altra volta.

Cosa c’entra Hank Aaron con Bill Buckner? Poco, nulla, niente se siete dei tipi metodici e razionali. Tutto, o quasi, se la fantasia ed il romanticismo vi prendono alla gola quando meno ve lo aspettate.. come adesso, ad esempio. E quando sostengo di essere convinto che non esistano persone al mondo che non sappiano che Aaron fu quello che tolse a Babe Ruth il record di fuoricampo in carriera so di essere nel giusto, ma è al romanticismo ed alla capacità di sognare di ogni lettore che devo attingere per farvi credere che il Bambino, Hank Aaron e Bill Buckner sono legati l’un altro da un filo che a voi apparirà invisibile, per me è grosso come la cima che serve ad ancorare al molo una superpetroliera. Lo so, ve lo devo dimostrare. Mettetevi comodi.

Ruth's funeral

Quando George Herman Ruth chiude gli occhi per sempre il 16 agosto del 1948, Hank ha solo quattordici anni, e Bill nascerà tra quattordici mesi. Il Bambino vola nell’alto dei cieli del baseball e dopo i primi giorni di ambientamento nei quali scambia saluti e quattro chiacchiere con i suoi vecchi amici dei tempi di Baltimore, Boston, New York, dopo essersi accorto con un ghigno dei suoi che anche in quel caso lui è arrivato “prima” di Ty Cobb, viene convocato dalla speciale Commissione Giudicante.. Il Responsabile, un tipo che porta in giro una barba molto più lunga di quelle che i membri del “B-Strong” hanno messo in mostra quest’anno, gli dice a muso duro che fosse dipeso solo da lui, lo avrebbe costretto ad un’anticamera maggiore prima di farlo accomodare in pompa magna, ma che poi il Capo Supremo gli ha concesso l’onore in virtù delle gioie che ha regalato, giocando, a milioni di esseri umani; quando il Bambino gli chiede come mai, la risposta è secca: “Giovanotto, tu hai lanciato una maledizione. Non è una cosa da prendere alla leggera, anzi. Sappi che qui sei in prova; hai trentatré anni di tempo per trovare il Custode della tua Maledizione in terra, uno che la reiteri e che te ne liberi, altrimenti sei fuori, sei out come sei abituato a sentirti dire”.. Il Bambino ci mette un attimo a capire che, in quel posto, il numero trentatrè deve essere una unità di misura molto particolare, e si fa al volo due calcoli: entro il 16 agosto del 1981, lui dovrà affibiare la maledizione sulle spalle di qualcun’altro.. Ma in fondo George, o Babe se preferite, è un bonaccione. Si, era sempre stato colllerico, fumantino diremmo noi italiani, facile agli scatti e soprattutto dotato di un ego che, a volte, lo induceva a trascendere in atteggiamenti da guascone che superavano i limiti del fair-play; soprattutto, non sopportava proprio si mettesse in discussione il suo ruolo “storico” di numero uno perché lui era Babe Ruth, lui era semplicemente il “Migliore”. Ma era un bonaccione, una persona che non avrebbe mai fatto veramente del male al prossimo, anzi; probabilmente è stato il primo uomo sportivo ad impegnarsi così tanto nel sociale ed a profondersi in iniziative a sfondo benefico.. Una sorta di Dottor Jeckyll che si trasforma in Mr Hide quando indossa l’elmetto e si presenta nel box.. Così la richiesta di trovare un sostituto che tanto gli aveva dato pena in prima istanza, venne piano piano dimenticata.. “Cavolo – pensò – ho più di trent’anni di tempo, prima o poi mi farò venire in mente qualcosa..”

E mentre Babe si rilassa, passa le sue giornate a chiacchierare con Smokey Joe Wood delle World Series del 1912, con Lou Gherig dei meravigliosi anni venti, degli anni trenta, mentre ogni tanto gli capita anche di stringere la mano a “quell’altro” che, nel frattempo, è arrivato nel 1961 o di fare discussioni animate e rispettose con il gentiluomo che si è presentato il 4 novembre del 1955, mentre insomma il Bambino si gode la pensione eterna dei giocatori di baseball, sui diamanti d’America quel ragazzino dell’Alabama continua a picchiare ed a martellare i lanciatori che gli capitano a tiro. Quando Cy Young muore, nel ’55, Hank in due anni ha già battuto 40 fuoricampo, supera i cento che la sua quarta stagione non è ancora finita, i duecento nel corso della settima e per arrivare a trecento gli basta il solo mese di aprile della sua decima stagione, quando ha solo ventinove anni; al termine di quell’annata il totale parziale della sua carriera dice 342 e quel ragazzo non ha saltato uno solo dei 13 All-Star game che si sono disputati (due all’anno dal 1959 al 1962). In quel momento, proprio allora, il Bambino inizia a preoccuparsi per il suo record di 714 fuoricampo in carriera: lui al record ci tiene, lui è il numero uno. Il Migliore.

Ad inizio 1966 Aaron passa quota 400, a fine ’68 quota 500, in quel momento a quel numero magico ci sono arrivati solo in quattro oltre al bambino: Mickey Mantle, Ted Williams, Jimmie Foxx e Mel Ott. Si, ce se sono tanti altri che battono tanto e bene in quegli anni sessanta, ma nessuno è pericoloso come il ragazzo di colore dell’Alabama.. Ruth inizia ad incupirsi, chi lo conosce lo capisce ed evita il discorso, qualche altro si diverte e prenderlo in giro.. e nel frattempo, sui diamanti d’America, Hank continua a colpire, a colpire.. Ne spedisce oltre le recinzioni 44 nel 1969, 38 nel 1970 e nel 1971, siamo appena in maggio, ha passato quota 600 ed ha compiuto 37 anni.. A quel ritmo gli mancano tre anni, e difatti al termine della stagione 1973 Hank di primavere ne ha compiute 40, in stagione ne ha messi a segno altri 40, ha superato quota settecento ed il totale è di 713; il che vuol dire che al primo fuoricampo della stagione successiva raggiungerà il Bambino in vetta, al secondo lo sorpasserà, per sempre. Babe si informa, cerca di capire se succederà qualcosa che impedirà al ragazzo di prendere parte alla stagione del 1974.. oddio, niente di tragico, basterebbe un piccolo infortunio, una cosa lieve.. chiede in giro, il tipo con la barba lo redarguisce e gli dice che quelli son pensieri tutt’altro che nobili, ed ovviamente non gli dice nulla, niente, niente di niente. Tocca aspettare, e vedere.. Invece Hank ci mette veramente poco a far capire che lui la pressione non la sente, maledettamente poco. Opening Days dei suoi Braves, che giocano ad Atlanta e non più a Milwaukee da ormai otto anni, quello che inizia è il nono, e trasferta al Riverfront Stadium di Cincinnati contro i Reds che non sono ancora la “Big Red Machine”, ma che comunque non scherzano. Jack Billingham sul monte per Cincinnati, Hank numero 4 del line-up. Parte alta del primo inning, della prima partita dell’anno, non so se si è capito: base ball per Ralph Garr, singolo di Mike Lum, il numero 3 (Darrell Evans) che alza un poppone dritto nel guanto di Pete Rose all’esterno sinistro, e nel box arriva Hank Aaron.

Prima partita dell’anno (fino al 1990 la giocavano sempre i Reds..), primo inning, prima presenza al piatto, palla tra le nuvole, dritta in braccio al Bambino che lo guardava incollerito. 714, record pareggiato.

Il giorno dopo Hank non gioca, nella terza partita della serie va 0 su 3, e la prima in casa dei Braves si gioca l’otto di aprile di fronte ai 53.775 spettatori dell’Atlanta Field, sicuri che in una di quelle tre partite il loro idolo sorpasserà il Bambino. Babe è tra le nuvole, l’umore pessimo come quello dei suoi giorni peggiori, come quello che lo portò a prendere a pugni un arbitro nel primo innnig di una partita giocata da lanciatore il 23 giugno del 1917, a Boston; guai a chi gli si avvicina, è irascibile ed intrattabile. I suoi tentativi di boicottaggio sono andati a male, ormai ha capito che il suo record ha le ore, forse i minuti, contati. Quando i Braves entrano in campo Babe è sulla sua nuvoletta privata, incazzato e nervoso insomma, e non fa nemmeno caso ai giocatori in campo. Lui ha occhi per Hank, e per Al Downing, il partente di Brooklyn.. ah, no, scusate.. si, sono i Dodgers, ma lui, Babe, ancora li confonde, non riesce a chiamarli Los Angeles Dodgers. Lui, Babe, del resto a Los Angeles non ci ha mai giocato. Nella parte bassa del secondo Downing concede la base ball ad Aaron (“bravo ragazzo, continua così”, è il commento del Bambino), ed il figlio dell’Alabama segna subito dopo sul doppio di un certo Dusty Baker, un altro nome che ci dice qualcosa.. Ma nella parte bassa del quarto, sul punteggio di tre a uno per i Dodgers, la Storia si ferma per un istante: con Darrell Evans in prima, Downing lancia una palla che sembra una curva, abbastanza alta, ed Hank gira la mazza.. Si alzano tutti in piedi mentre Babe tra le nuvole mastica il suo sigaro (“Diavolo, se l’ha presa bene”, si dice..) ed Hank capisce che la rincorsa è finita dopo ventun’anni e tredicimila presenze al piatto.. Chi continua a correre sono i due esterni dei Dodgers, ed è su di loro che le speranze del Bambino si convogliano in quel momento.. L’esterno centro è un veterano di 32 anni e 12 stagioni nella Lega; corre, corre, ma quando arriva alle recinzioni alte un metro che dividono il campo dal bullpen sull’esterno di sinistra ha già capito che quella palla non la prenderà mai.. Rallenta, si ferma, è battuto. L’esterno di sinistra invece arriva alla cancellata un attimo dopo.. lui ha venticinque anni, è più esuberante, commette un errore: si aggrappa a quella cancellata, sembra.. si, ci sale, ci si arrampica.. sale su.. ma dove? Dove vai che la palla è troppo più alta? In quel momento lo speaker televisivo sta dicendo che “Hank Aaron è il campione dei fuoricampo di tutti i tempi”, ed un tabellone mostra la faccia di Aaron che si sovrappone a quella del Bambino.

Bye-bye, Mr. Ruth. Da oggi sei solo Storia. Hank 715Le parole, le immagini, le urla dello stadio.. queste cose insieme fanno saltare il tappo del sistema nervoso del Bambino; non può urlare, non può tirare pugni, non può spaccare bottiglie, vetri, nasi.. no, deve stare zitto e non si può sfogare, stare zitto e basta, stare zitto e guardare quella scritta, quel cartello, quel ragazzo appeso al cancello.. già, quello appeso al cancello.. “Ma che ci fai appeso a quel cancello, imbecille? Che cavolo ci fai, che un bambino aveva capito che non ci sareste mai arrivati? Che ci fai? Il pagliaccio? L’esibizionista? Che ci fai appeso a quel cancello?”.

Ecco, il Bambino aveva trovato il modo, aveva capito come sfogarsi.. Se la sarebbe presa col ragazzo sul cancello. Scese di corsa dalla sua nuvola, raggiunse l’ufficio del Barbuto, e gli chiese: “Hey, Peter.. Ma quando mi hai detto 33 anni.. intendevi dire entro i 33, giusto? Posso dartelo ora il nome? Con sette anni d’anticipo?”. Peter rispose di si, ovviamente.

“Ecco, l’ho trovato. Guarda quello in piedi sul cancello nello stadio di Atlanta, quello li” La risposta di Pietro, una domanda, era semplice, puzzava di conferma e di maledizione: “Chi, il numero 22?”.

“Si – non ebbe che da confermare il Bambino – il numero 22”. Quel ragazzo sul cancello era nato in California nel dicembre del 1949. Quel ragazzo sul cancello era Bill Buckner.

Ora, per voi metodici e razionali le righe scritte finora, quelle che non hanno radici storiche, accurate o razionali, sono rubricabili alla voce “spazzatura”, o se siete di animo buono le mettereste tra le note di colore, di “folklore”.. Ma su queste righe non vi ci ha chiamati nessuno, andate pure, non ci offendiamo. Quello che stiamo scrivendo e ve l’ho detto subito, è per quelli che amano le favole e che ci vogliono credere.. stiamo parlando con loro.

E per loro non conta sapere quanto Bill fosse bravo da ragazzo, quanti premi vinse da liceale giocando sia a football che a baseball alla Napa High School, no.. Loro non vogliono sapere delle medie in battuta, delle borse di studo, del draft dei Dodgers che lo scelsero al secondo giro del 1968 e che il suo amico Bobby Valentine fu preso al primo, no.. Loro se ne fregano anche della bellissima carriera che Bill aveva avuto nei suoi primi quindici anni, i primi otto a Los Angeles, i successivi sette con i Cubs con i quali aveva addirittura vinto il titolo di migliore battitore nel 1980, no.. Loro vogliono tornare con la memoria a quella famosa notte newyorkese, quella separata 7855 notti dal giorno in cui Bill entra a Fenway in pantaloni scuri e con le mani in tasca, loro vogliono sapere cosa successe il 25 ottobre del 1986 allo Shea Stadium di New York, quando il Bambino presentò il conto al ragazzo sul cancello per poi andarsene a dormire, finalmente soddisfatto.

Sabato 25 ottobre, Shea Stadium, alle 8,30 di sera e con 55.078 spettatori sugli spalti inizia gara 6 delle World Series. La serie è sul 3-2 per gli ospiti, i Campioni American League, i Boston Red Sox che sono arrivati alle World Series vincendo il Pennant American al termine di una battaglia durata sette partite e disputata contro i California Angels. I Mets invece hanno avuto bisogno di sei gare per avere la meglio degli Astros nelle finali National ed erano entrati nella serie finale come favoriti in virtù dello strepitoso record (108 V – 54 P) messo insieme in stagione regolare.. Ed invece l’altalenarsi dei risultati delle prime cinque partite avevano sorpreso, se non scioccato, tutti gli addetti ai lavori ed incollato alla televisione l’America intera. Era successo infatti che i Sox erano riusciti a vincere le prime due partite nel Queens (i Mets giocavano in casa in virtù del miglior record). 1-0 gara 1 ed addirittura 9-3 in gara 2. Col punteggio sul 2-0 per Boston e con tre gare da giocare a Fenway, ettolitri di champagne erano già in fresco in migliaia di frigoriferi di Boston ed in tutto il paese: la maledizione del Bambino, vecchia ormai di 68 anni, poteva essere finalmente archiviata.. Già, il Bambino… Ma che Maledizione era mai la sua, per scioglersi come neve al sole, senza un minimo di pathos? La risposta è semplice, banale: Il Bambino in quei due giorni era distratto, eh si.. PipgrasGeorgesObit1Distratto perché Pietro, Peter come lo chiamava lui, quello con la barba insomma, la mattina di gara 1 delle World Series gli aveva detto che il giorno dopo sarebbe arrivato George.. George Pipgras, uno che con Babe aveva giocato a New York per nove stagioni distribuite in undici anni, dal 1923 al 1933.. George sarebbe arrivato con al dito tre anelli come quelli del Bambino, vinti lanciando e vincendo almeno una gara nelle World Series del 1927 (contro Pittsburgh), del 1928 (contro Saint Louis), del 1932 (contro i Chicago Cubs).. Ecco, fermatevi un istante, lo so che non mi credete. Fermatevi e rispondete a questa semplice domanda: qual’è l’episodio di gioco più famoso legato al nome di Babe Ruth? Facile: “The Called Shot”, il fuoricampo in gara 3 delle World Series del 1932 a Wrigley Field, quando nella parte alta del quinto Ruth sembrò voler indicare il punto in cui avrebbe spedito la pallina. Il lanciatore dei Cubs era Charlie Root e lo sapete tutti.. ma chi era sul monte per gli Yankees quel giorno? Lui, George Pipgras.. ora, siete ancora fermi, forse iniziate a credermi, cosa pensate fosse più importante per il Bambino in quei due giorni? Concentrarsi sui Sox, o prepararsi ad accogliere un vecchio amico? La risposta è nei fatti. George raggiunse il vecchio amico la sera che i Red Sox passeggiavano allo Shea Stadium 9-3, ed il Bambino era distratto, lo aspettava. A riprova di quanto sostengo, due giorni dopo il mondo intero era sicuro di assistere al preludio del trionfo dei Sox.. ed invece Babe Ruth, George al suo fianco magari, si divertì un mondo a vedere i Mets stritolare da subito quelli con le calzette rosse, con un Bob Ojeda da leggenda sul monte, 5 valide ed un solo punto concesso in sette inning, mentre Fenway gli urlava contro di tutto.. E sorrideva ancora di più il giorno dopo, quando Ron Darling di valide, negli stessi sette inning, ne concesse solo quattro; per dirla in breve, si era al 22 di ottobre e dopo quattro gare la serie era di nuovo in parità, e dal momento che al Bambino non mancavano né il senso dell’umorismo né quello dello spettacolo, dopo un breve consulto con gli amici di vecchia data decise di regalare alla sua vecchia squadra un altro giorno di gloria e due di speranza, nella consapevolezza che poi la delusione e la leggenda della sua maledizione ne sarebbero risultate accresciute; si concesse una partita a carte con George (in quei giorni erano inseparabili, gli faceva da anfitrione), Lou, Walter, Ed, Big Ed, Christy, Mickey, Warren e Jack, e lasciò che le calzette vincessero gara 5 (4-2 fu il risultato), con la serie che si traferì per gli ultimi due atti nuovamente a New York, allo Shea Stadium (il Bambino lo trovava bruttissimo, sapete? Uno stadio di baseball nel Queens.. Mah…).

Ed è così che si arrivò al punto in cui questo racconto era partito, ricordate? Siamo a 7855 giorni da quello in cui Bill entra con gli occhi socchiusi dal sole sul prato di Fenway, siamo alle otto e mezzo della sera di sabato 25 ottobre 1986, e siamo allo Shea Stadium.. Se Boston vince, la serie è finita, i Red Sox sono campioni del Mondo dopo 68 anni; ed i Red Sox sembra vogliano vincerla quella partita, la prendono tra le mani per tre volte. Nel primo inning vanno sull’1-0, raddoppiano nel secondo ma vengono raggiunti nella parte bassa del quinto, 2-2 e tre inning giocati da “Campioni” virtuali. Nel settimo segnano di nuovo, 3-2 e il conto dice che sono a nove out dal titolo, ma i Mets li raggiungono nella parte bassa dell’ottavo: con due out (ai Sox ne mancano solo quattro a quel punto) volata di sacrificio di Gary Carter e Lee Mazzilli segna il punto del 3-3. Nel nono nulla, solo la tensione che si taglia con un’accetta, con un machete, mentre si corre verso la quarta ora di gioco ed è già domenica, la mezzanotte è già passata. Il decimo inizia con Dave Henderson, l’esterno centro di Boston; sul lancio di Aguilera la traiettoria che descrive la palla colpita dalla mazza di Dave potrebbe essere studiata nei corsi di geometria per quanto è bella, pulita, perfetta. Esce lungo la linea dell’esterno sinistro, e Boston è davanti per la terza volta. Se Rick Aguilera è scosso non lo da a vedere; manda strikeout prima Owen, poi Schiraldi, ma Wade Boggs mette tanta legna dietro la palla e batte un doppio pesantissimo.. Tempo un amen e sul successivo singolo di Marty Barrett Wade corre a casa, e Boston ora conduce 5-3. Due punti avanti, mezzo inning da giocare, Boston che non è mai stata così vicina al titolo in sessantotto anni ed in tre World Series disputate da allora. Lo stadio è ammutolito, il Bambino tra le nuvole si stiracchia, guarda alla sua destra e chiede a Lou, a George, a Mickey, a Jack se credono così possa bastare.. il loro sogghignare, ridacchiare, gli conferma che si, che può bastare, lui del resto lo sapeva già.. O forse no, forse si può fare di più..

Calvin Schiraldi torna sul monte per Boston, il suo terzo inning di lavoro, e guarda negli occhi il primo uomo dei Mets in battuta, Wally Backman, il seconda base. Flyball, primo out. A Boston ne mancano due. Babe nel frattempo si accende un sigaro. Secondo Mets in battuta, Schiraldi sul monte sembra una creatura soprannaturale, metà Walter Johnson e metà Cy Young. Dal box Keith Hernandez alza lo stesso poppone del suo compagno, altra flyball e secondo out. A Boston ne manca uno, a Boston la gente trattiene il respiro, chi ha più di ottanta anni piange, quelli più giovani non ci credono, ora in battuta deve andare il numero otto del line up, se va male c’è il nove..

Nel box arriva Gary Carter, il catcher di New York.. Immaginate la gente di Boston quando Gary colpisce la palla verso sinistra ed arriva in prima.. Dai, pensano, ora sbattiamo fuori Aguilera e ci prendiamo l’anello.. No, non va così, perché Aguilera in quel box ed in quel giorno non ci andrà più: Davey Johnson ci spedisce un pinch-hitter, Kevin Mitchell, ed in quel momento il Bambino sta sorseggiando il suo brandy tra le nuvole, il sorriso sornione stampato in viso mentre guarda le volute di fumo in forma di anelli che gli escono di bocca.. Mitchell colpisce la palla, un altro singolo, ed arriva in prima, spingendo Carter in seconda.. E’ il turno di Ray Knight, il terza base.. terza base, terzo singolo consecutivo, Gary Carter che arriva a casa a segnare il punto del 4-5, New York ora è solo un punto dietro e Kevin Mitchell è in terza. Tre, nel baseball, è il numero perfetto. John McNamara chiede tempo, sale sul monte e manda Schiraldi a fare la doccia, sostituendolo con Bob Stanley, una mossa che sembra una preghiera, un anatema, una macumba, un esorcismo, quello che volete voi. Il Bambino intanto, tra le nuvole, ha disteso le gambe sotto il tavolo, guarda gli anelli raggiungere il soffitto, ride dentro di se mentre gli amici lo esortano a guardar giù..

Bob Stanley è al decimo anno con i Sox, ne giocherà altre tre sempre con la stessa casacca; insomma, agli occhi del Bambino è un perfetto interprete per il ruolo di attore non-protagonista dello show-down finale.. E Bob entra benissimo nella parte: di fronte ha l’esterno centro dei Mets, Mookie Wilson a lui cosa ti fa’? Gli spedisce contro un lancio che il suo cathcer, Rich Gedman, non riesce a controllare, un classico “lancio pazzo” da catalogo del baseball! Kevin Mitchell arriva a segnare il punto del 5-5, Boston si è fatta riagganciare per la terza volta nella partita, Ray Knight arriva in seconda ed in quel momento rappresenta il punto della vittoria Mets, altro che anello dopo 68 anni. Tutto in un attimo, tutto in un momento, il tempo di qualche boccata di sigaro ed un sorso di brandy. Mookie è ancora nel box quando il Bambino si alza, gira la sedia e volge le spalle al campo dalla sua postazione tra le nuvole. Gli amici lo guardano, gli chiedono cosa stia facendo; Babe risponde che a stento trattiene la risata, e dice: “No, nulla.. io lo so come va a finire..”

Stanley carica, lancia, Mookie Wilson la colpisce in maniera morbida, moscia, sbilenca.. Dalla seconda Ray Knight inizia a correre più veloce che può, nonostante quella palla più che correre, rotoli verso la prima base.. La raccoglierebbe un bambino, pur se consapevole della velocità di base di Wilson, noto per essere un incrocio tra una lepre ed un essere umano! La palla rotola verso le mani del’uomo in prima rimbalzando stanca sul terreno, uno, due, tre saltelli prima di arrivare dove quella mano e quel guanto sono pronte a raccoglierla, quasi in preghiera.. Bill Buckner si piega per raccoglierla, le gambe sono aperte, la palla sta arrivando e Ray è già in terza.. Dai Bill, raccoglila, corri nel dugout e giochiamocela daccapo nell’undicesimo, forza. Raccoglila Bill, come non riuscisti a fare dodici anni e mezzo fa, arrampicato su quel cancello; cristo di un Dio, quella era impossibile, questa è per bambini. Allora facesti il fenomeno, fingendo di voler prendere una palla che non si poteva prendere facendo incazzare il Bambino, ora devi solo fare il tuo lavoro e prendere una palla per bambini. Chiudi le mani e raccoglila.

Ma Bill non la prese nemmeno allora. La palla gli passò tra le mani seguendo una traiettoria che solo due persone nell’universo, forse oltre, sicuramente oltre l’universo e quello spazio che noi umani conosciamo, solo due persone sono in grado di dirvi quale fosse.. Uno è Colui che tutto vede e provvede, ne avete sentito parlare.. L’altro, in quel preciso istante, sigaro in mano e brandy nell’altro, aveva le spalle rivolte al campo.

E stava ridendo.

Bill Buckner 2

La palla è già passata, Bill non l’ha raccolta..

Ma noi ci divertimmo.. E Voi?

Jim Abbott – Storia della determinazione di un uomo più forte di tutto

Chiudete gli occhi per un attimo. Immaginate di essere sugli spalti del Fenway Park. Non importa l’anno, non importa la partita. Immaginate di essere lì in mezzo. Sentite la bolgia del pubblico, la passione dei tifosi di fede Red Sox. Sentite l’urlo che arriva fino a fare tremare il “green monster” che si trova davanti a voi. Incredibile, non è vero? Voi, da soli in mezzo a quello stadio vi sentite intimiditi, completamente avvolti e succubi di ciò che vi sta accadendo intorno. Pochi ballpark sanno essere così passionali, in pochi oltre a Boston riescono a dimostrare così tanto l’attaccamento alla loro squadra, ai loro giocatori.

Ecco, ora provate ad immaginarvi allo stesso posto, nello stesso stadio, in mezzo a quella stessa gente che all’improvviso si alza tutta in piedi ed applaude all’unisono con la più esplosiva delle standing ovation un giocatore, un puntino che è lì, in mezzo al campo. Ora sì che imoprta l’anno ed importa la partita. E’ il 30 agosto del 1989, in un pomeriggio piacevole di fine agosto. I tifosi di casa non stanno vivendo una stagione particolarmente esaltante, ma hanno ancora qualche piccolissima chance di raggiungere la post season. I Red Sox affrontano gli Angels che invece sono decisamente in forma, forti di 77 vittorie con sole 54 sconfitte. Ed anche in questa partita per i Red Sox non c’è nulla da fare e perdono 4-0 una gara mai messa in discussione.

Ma, vi chiederete, ed allora come può mai esserci stata una standing ovation al Fenway Park dopo che un pubblico così caldo come quello di Boston ha visto un’altra sconfitta dei suoi beniamini? Quale giocatore meriterebbe una standing ovation dopo una sconfitta che probabilmente significa la fine di ogni sogno di playoff? Ed è qui amici miei che vi sbagliate! Perchè il giocatore in questione NON è un giocatore della squadra di casa, non ha mai indossato la casacca dei Red Sox in passato e mai la indosserà in futuro. Quel puntino in mezzo al campo che raccoglie gli applausi dei tifosi di casa è un ragazzo di 21 anni nato a Flint nel Michigan, un rookie, un lanciatore che per la prima stagione si è affacciato nelle major. Ha appena concluso un complete game contro i padroni di casa senza subire alcun punto. Ma soprattutto Jim è nato, cresciuto e gioca senza il braccio destro.


A causa di una malformazione il suo braccio destro difatti non si è sviluppato e finisce poco dopo il gomito. E’ nato il 19 settembre 1967 quando i suoi genitori, Mike e Kathy, erano poco più che adolescenti. La tempra dei suoi genitori è stata però incredibile; con Jim neonato bisognoso di cure costose e per di più con questa grossa malformazione, i due non si sono arresi. Mike faceva due lavori, vendendo auto e facendo i turni in un’azienda che produceva carne in scatola mentre Kathy stava con Jim e nel frattempo arrotondava qualce spicciolo dando ripetizioni ai bambini della cittadina di Flint. Addirittura in questo periodo riuscirono anche a finire gli studi, fatto che permise ad entrambi di avere un’ottima carriera.

E Jim? I primi tempi a scuola ve li lascio solamente immaginare. Era deriso da tutti per la sua malformazione e messo costantemente in disparte. Per lui sono stati tempi veramente difficili, ma grazie alla forza ed all’amore dei suoi genitori Jim seppe trovare la strada giusta per farsi strada ugualmente. Spinto da suo padre iniziò così a fare qualsiasi sport, applicandosi con feroce determinazione ed impegno in tutto ciò che faceva. Provò con il calcio ma non gli piacque quindi si avvicinò al baseball e fu amore a prima vista! Si allenava fino allo sfinimento per poter competere alla pari con gli altri, che di mani ne avevano ben due, ed alla fine sviluppò un’incredibile coordinazione che gli permise di imparare a ricevere e lanciare la pallina con la stessa mano. Diventò quindi titolare della squadra di Little League di Flint non solo come lanciatore, ma distinguendosi anche come prima base e come esterno. E non vi sorprendete del fatto che in battuta riuscì a produrre tantissimo, riuscendo a mettere la pallina diverse volte fuoricampo.

Ai tempi della High School Jim divenne ottimo giocatore anche di altri sport, diventando quarterback della squadra di football ed un’eccellente ala nel basket per la Flint Central High School. Tutto questo gli valse prestigiosi titoli come il Golden Spike Award come miglior giocatore di baseball dello Stato ed il Sullivan Award come miglior atleta. 

Nel 1986 rifiutò un contratto dei Toronto Blue Jays, che lo avevano scelto al 36° ed ultimo giro del draft, preferendo continuare gli studi alla University of Michigan. 

Nel 1987 è stato scelto nell’U.S. National Amateur Baseball Team durante il quale sconfisse Cuba nei giochi Panamericani in una gara davanti a 50.000 spettatori.

Il suo approdo nella MLB era più che naturale e difatti nel draft del 2008 gli Angels lo scelsero al primo giro offendogli un bonus di 207.000$, primi soldi guadagnati da Jim. In quell’anno il nostro eroe ottenne un altro grandissimo successo guidando gli USA alla vittoria della medaglia d’oro alle olimpiadi di Seoul e lanciando come vincente nella finalissima contro il Giappone. 


Nel 1989, appena 21enne, entrò subito nella rotazione degli Angels e da lì non ne uscì più. Fece il suo debutto l’8 aprile all’Anaheim Stadium contro i Mariners. La partita non andò benissimo (durò 4.2 IP e gli Angels persero 7-0), ma nella sua vita aveva già combattuto e vinto contro problemi ben più grandi di una partita persa, si rimboccò le maniche e ben presto dimostrò a tutto il mondo di che cosa era capace. E quasi sembrò che la sua disabilità non ci fosse, che anche senza una mano si possa benissimo riuscire ad essere una superstar del baseball.

E quindi torniamo al nostro 30 agosto 1989, con il pubblico di Boston che riconosce con la sua standing ovation la grandezza di questo atleta, di questo uomo che di mestiere lancia palline senza avere la mano destra.

Resterà agli Angels per 4 anni, raggiungendo l’apice nel 1991 quando con le sue 18 vittorie ed un ERA bassissimo (2.89) arriverà terzo nella classifica finale del Cy Young Award. Nel 1993 Jim realizzò un altro sogno; non trovando l’accordo economico con gli Angels ecco aprirsi le porte degli Yankees, che lo accolsero a braccia aperte. A dir la verità da quel momento la sua carriera cominciò ad avere un brusco declino, causato da una meccanica di lancio così forzata che ben presto logorò i legamenti ed i muscoli del suo braccio sinistro. Ma nel frattempo Jim ebbe la soddisfazione di aver giocato per due stagioni nella squadra più famosa del mondo e come ciliegina sulla torta si ricorderà per sempre di quella partita del 4 settembre 1993 quando realizzò una no-hitter allo Yankee Stadium contro gli Indians.

Dopo aver girovagato a Chicago ed essere tornato agli Angels, Jim chiuse la sua carriera nel 1999 a Milwaukee dopo che venne tagliato a fine luglio.

Chiuse la carriera con dei numeri che potrebbero apparire ‘normali’; 87 vittorie e 108 sconfitte, un ERA di 4.25. Ma Jim normale non lo era. Jim è uno che ha saputo superare tutte le barriere che la vita gli ha posto davanti. E questo amici miei vale più di 100 no-hitter consecutive, vale più di 200 home run battuti in stagione. Questo è Jim Abbott da Flint, Michigan.
Professione EROE.




02 Maggio 1881 – La leggenda di un Uomo Onesto

New York.

Alzi la mano chi non ha mai sognato di andarci, e tra quelli che ci sono già stati, la mano devono alzarla solo coloro i quali, potendo, non ci ritornerebbero. Dite la verità, quando dopo dieci minuti passati nel taxi che avete preso al JFK International Airport e passati nel caos di arterie autostradali confuse ed anonime vi appaiono all’orizzonte le prime sagome delle costruzioni asimmetriche nella loro altezza che caratterizzano il profilo, lo “skyline”, di downtown Manhattan, la stanchezza del viaggio, il fuso orario, il sonno che vi avvolgevano fino a mezz’ora prima scompaiono d’incanto, l’adrenalina entra in circolo, i sensi tutti vanno in fibrillazione e l’eccitazione che nasce dal realizzare, finalmente, che si, ci siamo, siamo arrivati nella “Grande Mela”, prende il sopravvento; ed è proprio in quel momento che ripassiamo nella mente tutte le cose che vogliamo fare, i posti che vogliamo visitare, le facce, tra i milioni che nasconde, che di New York vogliamo “vedere”.

Times Square, Broadway. Abbiamo iniziato tutti da lì; passeggiare lungo il distretto artistico e vedere i teatri esporre i cartelloni del Fantasma dell’Opera, di Cats, de “La Bella e la Bestia”; saliamo verso Nord, dodici isolati, per vedere il lato Sud di Central Park, il laghetto ghiacciato d’inverno; pieghiamo a sinistra all’interno del parco tra newyorkesi che fanno jogging, anziani che chiacchierano sulle panchine e mamme in giro coi passeggini e scorgiamo tra gli alberi la sagoma squadrata della facciata Est del Metropolitan, e se avete solo pochi giorni entrateci, non fate altro, le mummie della IV dinastia vi aspettano al piano terra (entrando a destra, la sezione Egizia) e le opere dei più grandi artisti Rinascimentali o quelle degli impressionisti europei bastano, sole, a giustificare il viaggio. Se invece avete una settimana di tempo, avrete come trascorrerla tra il giro turistico di prammatica alla Statua della Libertà,
con i traghetti per la Signora che vi aspettano al Battery Park, l’escursione a piedi per traversare il ponte di Brooklyn con annessa foto ricordo, la stessa da 130 anni (da quando il ponte fu ultimato; il baseball in città è arrivato troppo tempo prima..), il giro silenzioso al WTC e la visita, oramai imperdibile, ai luoghi della Memoria che commemorano la tragedia dell’11 settembre 2001, la passeggiata a bocca aperta lungo la Quinta Strada, durante la quale avverranno due cose prima di altre: vi sentirete orgogliosi di essere nati in questo nostro strabenedetto ed incredibile paese nel vedere tutte le insegne “Made in Italy” compresse in quello spazio relativamente piccolo e decisamente costoso, ed arriverete a chiedervi in virtù di quale inconcepibile meccanismo di marketing una scarpa possa costare anche tremila dollari! Di notte poi.. di notte, come per le vostre cene, non avete che da scegliere tra migliaia, decine di migliaia di diverse opportunità; dal teatro, all’opera, alla musica dal vivo di qualsiasi genere e per ogni tipo di gusto, non avete che da scegliere.. e se decidete poi di concludere la serata con una Bud Light in uno qualsiasi dei locali del Village che chiudono al pubblico solo quando la squadra delle pulizie ci entra alle cinque del mattino, beh, il tempo sarà passato e voi non ve ne sarete nemmeno accorti.

Se invece avete un giorno in più, o, meglio, se credete che i bar di tutto il mondo, gli attori di tutto il mondo, le scenografie o gli allestimenti, fors’anche le birre di tutti i fusti di questo mondo non hanno lo stesso sapore e non danno la stessa gioia che si riceve dalle gesta di un Uomo, scegliete un giorno a caso della vostra settimana, preferibilmente quando il cielo sarà libero da nubi ed il sole filtrando tra i grattacieli vi riscalderà il giusto, tornate a Times Square e prendete a nolo una macchina, dovrete guidare per 230 miglia, vi ci vorranno più o meno quattro ore.. No, non è difficile. Uscendo dalla piazza prendete a sinistra l’incrocio tra la settima e la quarantaseiesima west, poi a destra lungo la trentanovesima, che vi porta al Lincoln Tunnel, un serpente di un chilometro che passa sotto l’Hudson River e vi porta, uscendone, direttamente nel New Jersey..

In quel punto siete sulla NJ495W, che lascerete per la I-95N, la famosissima New Jersey Turnpike, che vi guiderà fino all’intersezione con la I-80W, direzione Hackensack. Se resistete alla tentazione di uscire nella città dove è sepolto uno degli assistenti di George Washington (Enoch Poor) e che ha dato i natali a ben tre giocatori di Majors (Doung Glanville – Cubs, Phillies, Rangers tra il 1996 ed il 2004; Eric Karros – Dodgers, Cubs, A’s tra il 1991 ed il 2004, Rookie of The Year National nel 1992; Harry Harper, Senators, Red Sox, Yankees e Brooklyn Robins tra il 1913 ed il 1923, membro degli Yankees che al secondo anno di Babe Ruth persero le World Series contro i Giants) e visitare, tra le altre cose, uno dei Musei della Marina Americana (Il New Jersey Naval Museum, il paradiso dei sommergibilisti..), se dicevamo, resistete alle “sirene” che vi attirerebbero in Hackensack, dopo aver fatto attenzione nelle successive venti miglia a non perdervi tra le deviazioni dell’autostrada che vi porterebbero ad Albany che simboleggia il rientro nello Stato di New York a Nord Ovest della Grande Mela, pagate il pedaggio ed entrate nella NY-17 W/US-6 W. A quel punto vi rilassate, vi mettete comodi posando le carte geografiche e guidate per 150 km nel verde del paesaggio immacolato che vi troverete sotto le ruote, lo stesso verde che calpestarono i primi coloni che, sbarcati più nord, a Boston, partirono alla conquista dei territori del Nord Est centocinquanta anni dopo Cristoforo Colombo, i Patrioti americani durante la Guerra di Indipendenza dagli Inglesi dopo altri centotrenta anni, i figli del Nord durante la Guerra di Secessione tra il 1861 ed il 1865, quando il baseball era già di case in quelle terre..
Troy, Albany, Syracuse.. Lungo la strada, parlando solo della Guerra Civile americana, attraverserete la città di Monticello, chiamata così da due ammiratori di Thomas Jefferson, che aveva chiamato così la sua dimora costruita sul dorso di una collinetta, rubando il nome alla sua passione per il latino. Monticello fu la sede del Reggimento di fanteria che difese la capitale Washington durante la Guerra Civile, accorpato nella Terza Brigata della Divisione Abercrombie: una parte metaforica dell’America che oggi conosciamo è potuta nascere grazie a duecento ragazzi cresciuti qui che hanno lasciato la vita difendendone la Capitale. Il primo direttore della storia dell’FBI, Stanley Finch, era nato qui.

E mentre il sole segue il vostro cammino, i camion che portano i formaggi e le verdure locali unitamente alle derrate alimentari di tutti i tipi incrociano il vostro percorso sfrecciando verso Sud, ed allo stesso tempo il verde dei platani, dei faggi e dei pioppi che riempiono le colline attraverso le quali la strada è disegnata vi fanno compagnia silenziosi. Lo fanno per tutto il viaggio, tutti i 150 km che passate attraversando paesini dal nome che non avete mai sentito, e che non sentireste mai se non vi trovereste su quella strada: Paramus, Ramsey, Ramapo, Chester, Ghosen prima di Monticello, Liberty, Hancock, Deposit, Binghamton dopo.. proprio a Binghamton dovete lasciare la 17 e prendere la 81N, quella che vi dovrebbe portare a Syracuse.. Lì il verde è assoluto, la strada silenziosa, pregate Iddio di avere il pieno nel serbatoio e le sigarette nel pacchetto, non trovereste come fare altrimenti. L’America è anche questa, 100 Km senza un distributore di benzina, solo locande per camionisti.. e New York è a tre ore di macchina. Ma noi non ce ne preoccupiamo, noi siamo quasi arrivati. 81N, poi 88N, svolta a sinistra per rientrare sulla NY 26S/11N e siamo arrivati; quaranta chilometri ed usciamo a sinistra, su Stewart Avenue, siamo arrivati a destinazione.

Il Campus della Cornell University a Ithaca

Siamo arrivati a Itaca, 4000 anni dopo Ulisse, siamo anche noi nella nostra Itaca.

Stewart Avenue ci porta all’incrocio con University Avenue, la troviamo dopo la Carl Becker House.. Carl Becker, University Avenue.. si, perché a Ithaca c’è la Cornell University, una delle Università più prestigiose d’America, ma io non vi ho guidati per questo, no.. noi dobbiamo continuare, percorrere verso sinistra tutta University, costeggiare il Campus, aspettare che dopo l’incrocio con Willard Way University pieghi a sinistra, mentre noi preseguiamo diritto e prendiamo Lake Street.. la facciamo tutta seguendo i saliscendi che ci portano fino al ponte sul fuime, sentiamo col finestrino aperto lo scroscio delle cascate, giriamo verso sinistra, ancora, per arrivare alla Ithaca High School, e guardandola capiamo che ci siamo quasi, era quello il nostro riferimento.. dopo poche yards vediamo il campo da football del liceo, e prima di arrivarci giriamo a destra: a sinistra, all’incrocio, c’è il campo da football dove i ragazzi di Itaca danno sfogo al loro giovanile entusiasmo, alla destra, tra i pini, c’è solo un cancello. Il cancello del cimitero, il Lakeview Cemetary di Ithaca, stato di New York.

A quel punto dovete scendere dalla macchina, potete anche lasciarla aperta che a Itaca non ve la tocca nessuno, tranquilli, e dovete entrare nel cimitero.. seguire il vialetto in ghiaia all’ombra degli alberi e proseguire fino al terrazzamento più a sud.. in una delle prime file, prendete fiato che la passeggiata è lunga, in una delle prime file partendo dalla vostra destra trovate una lapide semplice, che dice solo poche cose.. che un uomo nato il 15 luglio del 1851 a Itaca, a Itaca era morto la notte del 18 dicembre del 1904, a soli cinquantatrè anni.

Il Lakevie Cemetary, Ithaca

La lapide non vi dice che quell’uomo morì per un colpo apoplettico, in strada, su di un marciapiede, mentre svolgeva il suo lavoro di sergente di polizia a Itaca. Non vi dice nemmeno che aveva giocato a baseball nelle Major, aveva fatto il Manager nelle Major, e nemmeno che per due anni, da giocatore, aveva agito come “Substitute Umpire” nelle Major, nella “National Association of American Professional Baseball Players”, che quindi era l’uomo che aiutava l’arbitro (che allora era unico) a prendere le decisioni sulle giocate più controverse, anche se si trattava di chiamate che potevano danneggiare la sua squadra. La lapide non vi dice quindi che i resti sepolti all’ombra di pini e tra il profumo delle magnolie era evidente un brav’uomo. Soprattutto non vi dice la cosa più bella, quella che da sola giustifica il viaggio a ritroso nel cuore dell’America del millennio scorso.

La lapide non vi dice che in quella tomba è sepolto un Uomo Onesto.

Il 15 luglio del 1851 in un caldo pomeriggio d’estate Maria Clapp regala a suo marito Charles un bel maschietto, a cui viene dato il nome di John Edgar Clapp. Charles, un imbianchino nato e cresciuto ad Itaca nel 1823, ha sposato Maria, di un anno più grande, nel 1846. Tempo un anno (1847, il 12 dicembre) ed il primogenito, Charles Jr., viene alla luce nella loro casa di via delle belle speranze, nel 1849 nasce invece George e nel 1851, per l’appunto, John. William, quarto maschio, nascerà nel 1853, Aaron (avrebbero potuto giocare a basket, se lo avessero inventato prima..) nel 1856, e per aspettare la principessa di casa, Carrie, bisognerà aspettare… una qualche data imprecisata dopo il 1860, anno in cui viene effettuato il censimento in America dal quale è stato possibile ricavare questi dati: nel 1860, per l’appunto, Charles non fa notizia dell’ultimogenita, che nascerà dopo.

Il Modulo del Censimento 1860 della famiglia Clapp

Quando Charles spedisce il modulo del censimento a fine 1860 l’America è sull’orlo del baratro della Guerra Civile; il 6 novembre Abraham Lincoln è stato eletto Presidente, primo repubblicano della storia del Paese, ed in risposta gli Stati del Sud, assolutamente contrari alle politiche immaginate dal cinquantaduenne avvocato da Hodgenville, Kentucky, dichiarano la propria secessione dagli Stati Uniti creando gli Stati Confederati d’America (8 febbraio 1861). L’inevitabile conflitto armato scoppia il 12 aprile dello stesso anno, due mesi dopo, e lo Stato di New York, i suoi abitanti, si trovano nel bel mezzo dei movimenti di retrovia delle truppe Nordiste, che utilizzano le vallate della contea di Thompkins (creata nel 1817) per raggiungere Cleveland, Pittsburgh e Chicago. Charles ha già cinque figli, è esentato dalla chiamata alle armi (con quattro figli al massimo si diventava riservisti) e non viene coinvolto nemmeno quando, siamo nel 1862, nella vicina Monticello viene stabilito il quartier generale della Terza Brigata della Divisione.. ma questo ormai lo sapete.. In quei tempi Charles non riesce a lavorare con continuità, chi volete abbia bisogno di un imbianchino quando, all’alba, il vento dai laghi a volte (siamo nel 1863) porta in dote il rombo soffuso ma non per questo meno inquietante dei carri che si spostano a Sud. L’unica sua preoccupazione, la sua speranza, è che la guerra finisca in tempo senza che i figli siano costretti a parteciparvi, ed almeno in quello la sorte gli arride: quando Charles Jr. compie 16 anni e viene arruolato, la battaglia di Gettysburg si è già combattuta e le sorti della Guerra sono ormai segnate. Di certo in quegli anni non ci si può preoccupare dell’istruzione dei figli, bisogna pensare soprattutto a mettere un piatto in tavola, e George e John non vengono mandati al liceo.. anche perché il liceo, nel 1864, a Ithaca non c’è ancora.. Viene fondato nel 1875, sulle ceneri dell’Academy che era nata nel 1820, ma che era riservata solo a chi se lo poteva permettere, non certo ai figli di un imbianchino.. John quindi cerca di aiutare il padre, lavora con lui e si dimostra un ragazzetto serio, scrupoloso, preciso, assennato.. il classico figlio che ogni genitore vorrebbe avere e nel 1865, ormai quattordicenne, succedono tre cose che gli cambiano radicalmente la vita.

Ezra Cornell

La Guerra finisce, Charles Jr. torna a casa e libera i due fratelli più piccoli dagli impegni più gravosi nell’aiutare il padre “regalandogli” più tempo libero, il Senatore Ezra Cornell ottiene dal Senato degli Stati Uniti l’autorizzazione a fondare una Università nel terreni (2,300 acri) di sua proprietà ad Itaca, contribuendo con mezzo milione di dollari dell’epoca alla sua fondazione; ma soprattutto sua madre, Maria, muore per una malattia infettiva, lasciando il padre vedovo ed i figli orfani. Il dramma familiare si abbatte come una tempesta sulla famiglia, a quel punto Carrie sarà stata una frugoletta, e John si ritrova spesso e volentieri a girovagare, nei suoi pomeriggi, nei dintorni del campus universitario.. si, perché contestualmente alla fondazione dell’Università, il Direttore Andrew Dickson White (un Gigante…) forma la squadra di baseball; il criterio è semplicissimo, prende i primi nove iscritti, avete capito bene, e forma la squadra, i “Nine”, i “Nove”. Nient’altro. Solo tre anni dopo la squadra prenderà il soprannome che tutte le squadre di Cornell adottano anche oggi, “The Big Red”, e se vi trovate nei paraggi quando le squadre di football di Cornell ed Harvard si scontrano, annullate gli impegni ed andate allo Shoellkopf Field.
Shoellkopf Field

Non è grazie alla Cornell che comunque il Baseball arriva a Ithaca, ma è grazie agli allenamenti dei ragazzi della Cornell che Jim si appassiona ed inizia a giocarci (a dire il vero i docenti non lo sono altrettanto; dal campo di allenamento arrivano urla continue e i vetri che si rompono a pallate non si contano, questa è una leggenda che ancora si racconta..). E Jim è bravo, tanto bravo; a volte gli chiedono di partecipare, specie quando i ragazzi si allenano oltre l’orario scolastico, e Jim impressiona tutti.. quel ragazzo meticoloso ed ordinato non si lascia sfuggire niente, gioca da catcher e personalizza il ruolo in maniera chiara, scattando come una molla appena ricevuta la palla con la mano destra (ricordate che non c’era il guanto) e la restituisce all’istante al lanciatore.. non vi meravigliate, all’epoca questa consuetudine non era tanto di moda, provate a chiederlo (ovviamente durante una seduta spiritica..) a George Bradley.. ma questa è un’altra storia.

Nel 1866, con l’inverno, un’altra tragedia investe la famiglia Clapp: papà Charles muore all’età di quarantatrè anni, ed i 6 figli si ritrovano orfani e costretti a stringersi l’un l’altro per andare avanti. Nella sfortuna di una tragedia simile, John si ritrova come capofamiglia, quello che prende le decisioni, suo fratello Charles che è solo quattro anni più grande, di mentalità più moderne. E quando John gli dice che lui intende guadagnarsi da vivere giocando a baseball, Charlie non ha nulla da obiettare e cosi, siamo nell’anno 1867, John Edgar Clapp se ne va a giocare cento chilometri più a Est nei Niagaras di Buffalo, la “Falls City” o “città delle Cascate, se preferite”. Un anno da amatore del quale non resta traccia, e nel 1868 John diventa membro dell’Indipendent Baseball Club di Mansfield in Ohio, circa cento chilometri a Sud-Owest di Cleveland. Ed è a Mansfield che John diventa “un nome”, giocando nella squadra locale per due anni di fila, 1868 e 1869.

John Clapp, con la maglia degli Athletics (1873-1875)

In quel 1969, il primo di giugno gli Indipendent ospitano nove ragazzi vestiti di bianco, calzette rosse, una “C” rossa stampata sul petto; quei ragazzi sono alla settima partita della loro stagione, hanno vinto le prime cinque e la sesta è stata dichiarata no-contest perché al termine del secondo inning un temporale ha allagato il lor campo, lo Union Ground. Alla fine del secondo inning quella squadra stava vincendo 35-5, quella squadra sono i “First Nine”, i Cincinnati Reds Stockings. Il primo giugno John Clapp se li ritrova contro, sono tutti professionisti, Harry Wright è il manager, il fratello George la Superstar, Cal McVay ed il lanciatore, Asa Breinard, gli altri membri conosciuti già in tutto il paese di quella squadra leggendaria; quel giorno John, il catcher, resta praticamente disoccupato perché tutte le palle che il suo compagno dal monte lancia vengono incocciate dai demoni in calze rosse. Quando la partita finisce, il risultato dice 48-14, e quando la stagione dei “First Nine” sarà finita, il record sarà abbastanza eloquente: 57 vinte, nessuna persa.

John si merita alla fine la chiamata dalla squadra dilettantistica più forte dello stato di New York, gli Ontarios di Oswego, settanta km in linea retta a nord di Itaca. Un anno sul lago, un altro incontro con i Red Stockings il due di giugno con i ragazzi di Harry Wright che conquistano in quel giorno la vittoria consecutiva numero 74 al termine di una gara finita 46-4 in otto inning (e già, al termine dell’ottavo i Reds lasciarono il campo per andare a prendere il treno… erano altri tempi), e per la stagione 1971 John si aggrega agli Ilion Clippers.. Ilion è un paesino di meno di diecimila abitanti, fondata nel 1725 e cresciuta vertiginosamente nella prima metà del diciannovesimo secolo quando un signore di nome Eliphalet Remington costruì il suo primo fucile.. si, quel Remington, ed anche questa è un altra storia..

Il Generale Joseph Mansfield

Nella primavera del 1872, John viene contattato da Ben Douglas, un signore carico di iniziativa che ama il baseball; Ben vive a Middletown, in Connecticut, una cittadina di nemmeno ventimila abitanti ad un tiro di schioppo da Boston. Alla fine della guerra, ha appena sedici anni, ha chiesto ed ottenuto da papà Ben senior il permesso di fondare una squadra di baseball usando come base logistica la fattoria di papà ed uno degli appezzamenti come campo. La squadra l’ha intitolata Middletown Mansfield Baseball Club, in onore del Generale Joseph Mansfield, originario di Middletown ed eroe della Guerra Civile. La prima partita del 1866 la giocano con i New Britain, perdono 50-1 (cinquanta ad uno!) ma non si scoraggiano, e nel 1870 riescono ad ottenere il titolo di Campioni Amatoriali dello Stato del Connecticut. Ma Ben non si ferma, decide che vuole trasformare la sua squadra in una compagine professionistica e crede di dover testare prima l’ambiente; riesce ad entrare in contatto con Harry Wright, che dopo lo scioglimento dei Cincinnati Reds dopo la stagione 1870 si è spostato a Boston per guidare la nascente franchigia dei Boston Red Stockings portando con sé i pezzi migliori da Cincinnati. Parliamo del fratello George, di Cal McVay, di Charlie Gould.. Non si è portato Asa Brainard, no.. Dice che Asa è vecchio, ora lui sul monte schiera Al Spalding. Ben chiede ad Harry Wright di far giocare qualche partita dei suoi Boston a Middletown; la trattativa prende piede, ma poi non si concretizza, soprattutto per la supponenza e l’avidità di Harry.. Allora Ben prende il coraggio a due mani, scrive una lettera alla National Association of American Professional Baseball Players, mette nella busta i dieci dollari per l’iscrizione al campionato (dieci dollari, non è sbagliato: era l’unico requisito per aderire al campionato..) e lancia il cuore oltre l’ostacolo: i Middletown Mansfield diventano una delle undici squadre Major dell’anno 1872, espressione di una città di ventimila abitanti che pretende di competere con metropoli come New York (tre squadre, gli Atlantic e gli Eckford di Brooklyn ed i Mutuals), Washington (i Senators e gli Olympics), Boston, Philadelphia, Baltimore, Cleveland ed una città dalle solide tradizioni del batti e corri come Troy. Le altre franchigie protestano vivamente (ovviamente per motivi economici: trasferta inutile, nessuna prospettiva di incassi..), ma non possono opporsi alla decisione ed il 26 aprile del 1872 all’Haymaker’s Ground di Troy l’unica squadra di baseball professionistico della storia dello stato del Connecticut fa il suo esordio nella Lega contro gli Haymakers di George “Charmer” Zettlein, uno dei lanciatori più famosi dell’epoca. E chi gioca in quella squadra, nei Mansfields di Middletown? Sono tutti ragazzini, uno ha addirittura 17 anni, si chiama Franck MacCarton e quelle 24 partite (5V-19P, la squadra in agosto si sfalda, non ci sono soldi..) sono le sue uniche nelle Majors.

Jim O’Rourke HOF dal 1945

Tra quelli di ventuno anni ci sono due ragazzi che si mettono la squadra sulle spalle: uno è Jim O’Rourke, che giocherà dopo quella altre ventidue stagioni, per un totale di 1.999 partite nelle Major e l’induzione nella Hall of Fame nel 1945, ma per il quale la cerimonia di induzione non è ancora stata celebrata. L’altro, è il nostro amico da Itaca, John Clapp, che oltre ad essere il ricevitore della squadra, da Ben Douglas si è visto anche offrire il ruolo di Manager! Nella squadra c’è una chioccia che tiene a bada ai suoi pulcini, l’unico vecchio, un trentunenne: Asa Brainard.

La prima partita va malino, si perde 10-0; nella seconda, sempre a Troy, i Mansfields dieci punti li segnano, solo che ne beccano ventisette, e per vincere la prima partita bisogna aspettare la quarta, la prima casalinga, ma le vittime (8-2) sono addirittura gli Atlantics di Brooklyn! In quelle ventiquattro partite, John riesce a mettersi in mostra, gioca decisamente bene in ognuna di esse e quando la squadra si scioglie, tutti gli emissari dei Manager delle grandi squadre si affrettano a contattarlo.Su di lui, soprattutto, mettono gli occhi i più famosi di tutti, forse sarebbe meglio dire quelli meglio organizzati tra le squadre intenzionate ad iscriversi alla National Association per l’anno 1873: gli A’s, i Philadelphia Athletics.

A Philadelphia John fa il definitivo salto di qualità; ci gioca tre anni in cui gli A’s finiscono due volte secondi ed una volta terzi avendo Dick McBride come Manager e Cap Anson come compagno di squadra, con gli Athletics al termine della stagione del 1874 va in Inghilterra in tournee e si guadagna la stima della stampa anglosassone per l’estrema disponibilità che dimostra durante tutta la permanenza sul suolo inglese, nonché per i suoi modi eleganti e per l’estrema correttezza dimostrata in campo e fuori. In quegli anni, 1874 e 1875, agisce sul campo anche come “substitute umpire” degli A’s, il ruolo di assistente-arbitro che in quegli anni pionieristici, vista la presenza di un solo arbitro a partita, veniva affidata al più onesto dei giocatori di ognuna delle due squadre. La sua fama ora è a livello nazionale, e nel 1876 si trasferisce a Saint Louis per giocare con i Saint Louis Brown Stockings; in quel 1876 sposa Josey Thompson e nel primo anno della neonata National League nuovo terzo posto per John, media battuta da 0,305 e la conferma di una sua straordinaria, unica ed incredibile attitudine: potete fare quello che volete, lanciare come meglio credete, ma voi, vi chiamiate Zettlein, Radbhurn, Bradley, Spalding, Mathews o Stearns, voi John Clapp da Itaca, New York, al piatto non lo eliminate.. Sapete quante volte va strikeout nella stagione 1876? Due. Due in sessantaquattro partite, come già nel 1873.. se credete sia impossibile far meglio, nel 1874 e 1875 ci è andato una volta sola, mai nelle 24 partite del 1872 con Middletown. Saranno 6 nel 1877, secondo anno a Saint Louis, otto nel 1878 quando gioca con gli Indianapolis Blues (ne è anche il Manager) per la fantasmagorica cifra di 3.000 dollari di salario (il più alto delle Majors), addirittura (…) undici nel 1879 quando è il Manager/giocatore dei Buffalo Bisons (le partite però sono lievitate a 70 stagionali..) e ridiventa fantascientifico sia nell’anno trascorso a Cincinnati con i Reds Stockings, anche qui nella ormai solita duplice veste (80 partite, 344 presenze al piatto, 10 “K”) che nel 1881, sponda Cleveland Blues, quando lo eliminano al piatto per ben 6 volte. Nel 1882 non gioca dall’inizio, resta al fianco della moglie dal momento che al termine della stagione a Cleveland il loro unico figlio, John William, muore all’età di cinque anni, ma nel bel mezzo della stagione 1882 firma un contratto di minors con i Mets di allora, i New York Metropolitans e termina la carriera professionistica nel 1883 con i New York Gothams, gli attuali San Francisco Giants. Al termine della carriera, i numeri diranno che John è andato al piatto 2635 volte, e che i lanciatori avversari lo hanno eliminato la bellezza di 51 volte. In undici anni. Quattro volte e mezzo a stagione, una volta ogni mese e mezzo. Lo vorreste in squadra uno così?

Un John Clapp in versione “borghese”

Nel suo anno a Cincinnati la squadra gioca 80 partite e a fine stagione il record dirà che i suoi Cincinnati Reds sono gli ultimi, ottavi di otto, con un record di 21 vinte e 59 perse. Di queste 59, 42 le perde lo stesso lanciatore, uno che l’anno prima ne aveva invece vinte 43. Will White sul monte, John Clapp a ricevere, è il più sottostimato ticket della storia del Baseball e su questo punto mi dichiaro pronto ad affrontare una discussione di ore; nessuno dei due è nella Hall of Fame, entrambi lo meriterebbero.

John continua poi la sua esperienza nel baseball con i Saint Paul Apostoles, un team di Minors; ci resta solo per tre stagioni e nel 1886, ormai trentacinquenne, si ritira nella sua Itaca ed ottiene un posto nella polizia metropolitana. Ne diventa sergente e svolgendo il suo lavoro un colpo apoplettico lo fulmina sul marciapiedi, mezzanotte è passata da pochi minuti, il 18 dicembre del 1904. Era diventato un poliziotto, la sua gente, i suoi concittadini, si fidavano di lui.. perchè John Edgar Clapp è l’uomo sepolto in quella tomba tra glicini e magnolie, all’ombra dei pini, nel terrazzamento a Sud del Lakeview Cemetary di Itaca, Stato di New York, quattro ore di macchina e quattro galassie di distanza dalla frenesia di New York. E’ sapete perché John era un uomo onesto? Sapete perché chi ama il baseball potrebbe avvertire il bisogno di andare a porgergli un saluto nella sede del suo riposo terreno?

Perché John il 30 aprile del 1881 si presenta con i suoi Cleveland Blues a Chicago, per la serie di tre partite che da inizio alla stagione da giocare contro i Chicago White Stockings di Cap Anson,

Cap Anson

il suo vecchio amico. Si giocherà al Lake Field di Chicago, il primo con quel nome, se preferite lo chiamiamo Union Base-ball Grounds come si chiamava prima che l’incendio del 1871 lo distruggesse. Le tre partite sono in programma sabato 30 aprile, lunedì 2 e martedì 3 maggio. Al termine della seconda partita, Cleveland ha vinto 3-1 dopo aver perso 8-5 nell’Opening Day, John si attarda in uno dei Bar del lungolago, le sere di maggio a Chicago se non c’è il vento che scende da Nord sono belle ora come allora.. John è conosciuto, Chicago poi ama i giocatori di classe, il pubblico della “Wind City” ha il palato fine. Non si sorprende quando un gentiluomo gli chiede se può offrirgli una birra al malto, anzi.. I due iniziano a chiacchierare, e nel giro di qualche minuto si siedono al tavolino. James si presenta, dimostra di conoscere John benissimo e gli confida di essere un suo fan, gli snocciola i dati della sua carriera cercando in qualche modo di blandirlo. John è lusingato da tanta attenzione, e gli riesce facile dilungarsi nella conversazione con un giovanotto dai modi così affabili e dall’eloquio così forbito.. Con la seconda birra James S. Woodruff sposta la conversazione sul crescente interesse che il baseball riscuote presso il popolo americano, sulla bellezza del gioco, e su come la passione dei giocatori sia abilmente sfruttata dai proprietari delle franchigie, che operano solo e soltanto per il proprio tornaconto economico. John, indotto più che costretto a cambiare sei squadre in nove anni proprio per l’abitudine dei proprietari a pensare soprattutto alla monetizzazione dei proventi, alla loro ottimizzazione, non certo all’investimento in campioni affermati che vengono piuttosto sfruttati come specchietti per le allodole per portare gente allo stadio e poi ceduti senza tanti complimenti, John, dicevamo, non può che convenire con le considerazioni del suo temporaneo amico.. E prima che la terza birra arrivi, James si fa serio, si guarda intorno, abbassa il tono della voce e gli dice che, forse, un modo c’è per rimediare.. John lo invita a proseguire, e James gli deve dire qualcosa più o meno con queste parole: “Tu dimmi in quale partita lascerai una passed ball.. Non mi importa quando lo fai, scegli tu il giorno. Dimmi solo il giorno ed io ti do i 5.000 dollari che ho in tasca, adesso..”.

John rimane senza fiato. Guarda il suo interlocutore, è intimamente sbalordito; tra le altre cose non immaginava di essere talmente bravo che la scommessa di un suo errore, singolo, potesse generare un tentativo di corruzione con cifre così esagerate.. Soprattutto, si rende senz’altro conto di avere ormai trent’anni, e che per guadagnare 5.000 dollari (oggi sarebbero circa centocinquantamila Euro) dovrebbe giocare almeno altri due anni, con il suo stipendio attuale.. James insiste. “E’ pulito, nessuno scoprirà mai niente, siamo solo io e te..”

John lo guarda, tira fuori l’orologio dal taschino del panciotto, lo guarda e gli dice: “Fammici pensare, tanto domani siamo ancora qui.. Dove ti trovo?”.. James, visibilmente entusiasta, gli da’ appuntamento allo stesso posto, ma John gli fa’ notare che forse la squadra lascerà la città a partita finita, senza aspettare il treno di mercoledì mattina.. Allora James gli lascia il suo indirizzo, quello al quale, eventualmente, poi potrà anche telegrafare la data della partita.. Vorrebbe lasciargli anche i soldi, ma John dice che, per correttezza, li prenderà solo dopo averci pensato su. Esce dal locale col biglietto in tasca, e non si volta nemmeno una volta indietro, per non destare sospetti nel caso James avesse deciso di seguirlo. Alla prima piazza chiede indicazioni per la più vicina stazione di polizia, si presenta al Sergente di turno, presenta il biglietto e dice: “Voglio denunciare questo imbroglione. Io sono John Edgar Clapp, Manager dei Cleveland Blues, e questa feccia mi ha offerto 5.000 dollari per fare un errore di gioco sul quale lui voleva scommettere”.

James S. Woodruff venne arrestato dal Chicago Police Department il giorno dopo, e John Clapp non fece mai scivolare quella palla, anche se non portava i guanti.

A Itaca, tra glicini e magnolie, c’è la tomba di una persona perbene, di un Uomo Onesto.

Andateci.
Noi ci divertimmo, e voi?
Una stampa del Lakefront Ballpark di Chicago, Illinois
 

17 Jul 1867 – NO COMPROMISE! , The Athletics of Philadelphia di P. Striano

Nessun compromesso.

Spesso utilizziamo quest’affermazione quando vogliamo ostinarci a tutti costi su un qualcosa o quando magari un’idea primigenia che abbiamo sviluppato con tanto amore viene presa dai nostri eredi e modificata. Fabrizio De André in un suo famosissimo concerto disse: “ Non pensiamo che i giovani d’oggi non abbiano dei valori , semplicemente noi vecchi siamo troppo radicati nei nostri”.
Mai parole furono più vere. Ad esempio addirittura un mezzo adulto come me quando si trova al cospetto di un diciottenne se ne esce con affermazioni del tipo: “Sti ragazzi non hanno la testa lì dove dovrebbe essere..sul collo.”

Grandi manovre nel baseball post guerra civile ma ne parliamo tra un paio di righe.

Prima un paio di comunicazioni di servizio: ringrazio Michele Pepe e Marco Campanini per il loro impegno in questo progetto nato così per divertimento, come dice il titolo stesso del blog, i loro articoli sono semplicemente fantastici ed in quanto fondatore di questo blog sono veramente contento di avere due collaboratori così in gamba, al loro cospetto i miei articoli sembrano delle fiction di Canale 5 con la Manuela Arcuri.
A breve il riconoscimento più bello per il blog, il suo passaggio al sito Mlbitalia, sito col quale già collaboro per il podcast Nel Nome Del Gioco, cambieremo solo indirizzo ma il resto sarà invariato, ringraziando il fondatore di Mlbitalia Andrea Andrian ed il caporedattore Manuel Mazzoni per la fiducia vi auguro buona lettura con la storia di oggi.
Perché come diciamo tra queste pagine:
Noi ci divertimmo e voi?

La guerra civile americana una delle pagine più drammatiche della storia della nazione a stelle e strisce, non è mai bello quando i popoli si fanno guerra figuriamoci quando a farlo sono  gli abitanti di una stessa nazione. Non è nostro compito narrare i motivi di tale guerra o la verità che sta dietro a tale atto, per quello esistono bibliografie infinite, ma nostro compito è analizzare o raccontare storicamente cosa è accaduto nel baseball.
Il 1865 viene ufficialmente riconosciuto come il termine dell’ “era degli amatori”, quel periodo nel quale il baseball prende forma come un gioco allegro fatto di personaggi che si autotassano per finanziarsi spedizioni negli anfratti più remoti dell’est americano, di quei personaggi che oggi la MLB nell’immensità del suo impero politico-mediatico-economico fatica a immortalarli. Discussioni sono tutt’ora in corso sulla fattibilità nell’attribuire ai primi pionieri la Hall of Fame o meno, secondo i più un personaggio come Jim Creighton meriterebbe senza dubbio di appartenere all’Olimpo del gioco.
Una vita entusiasmante e purtroppo breve quella di Creighton, considerato all’epoca la prima vera star del Baseball, fu Jim infatti, a portare il gioco su una dimensione mai vista prima ovvero lo scontro acceso tra lanciatore e battitore, uno scontro di nervi, prima al lanciatore si dava poca importanza, fu lui a far divenire il giovane sul monte che lancia come la star e spesso la chiave di volta di una partita. I più attribuiscono a Creighton l’invenzione della palla curva secondo alcune testimonianze dell’epoca: 
“Jim aveva un modo di lanciare tutto suo lanciava la palla praticamente ad altezza suolo dopo aver fatto ampi gesti caricava e rilasciava la pallina quando il suo braccio era quasi a terra”, anche su quest’argomento oggi si discute. Palla curva o meno, Creighton fece parte dal 1860 al 1862 dei Brooklyn Excelsior all’epoca potenza del gioco, non ebbe poche accuse in vita, ultima delle quali quella di essere “addirittura” pagato sotto banco dalla squadra di Brooklyn cosa inaudita per l’epoca degli amateur dove appunto si giocava la nobile arte del baseball. Una vita come si diceva però breve, Creighton morirà sui campi di battaglia, no, non quelli della guerra ma su quelli del baseball, un movimento fatale nel 1862 gli apre un’ ernia fulminante interna, le cronache dicono che fu home-run, Creighton corse tranquillamente arrivò a casa e sentiva un leggero dolore nell’addome roba di poco conto pensò e continuò la partita. 

Quattro giorni dopo la prima star del baseball moriva.
Jim Creighton con la maglia di Brooklyn

Interessante l’epoca degli amatori per tantissime chicche che si trovano in giro, la palla come ho già raccontato veniva custodita come una reliquia e quando una squadra perdeva dopo tutti a far buffet, pagava ovviamente la squadra sconfitta, pare che la squadra di Cincinnati  una volta sia stata costretta a dormire in un carro merci in compagnie delle mucche per poi svegliarsi nella città sbagliata.
Che tempi.
In questo scenario bucolico effettivamente tutti noi vorremo ritrovarci, uno sport semi sconosciuto che trova un po’ di pubblicità sui giornali, che ne stampano le regole, a tal proposito ci avviciniamo al nostro breve aneddoto attraverso un giornale datato 18 luglio 1867 che ci fa comprendere come anche le regole del gioco non fossero ancora certe, è un articolo la cui foto potete scaricare che ho trovato in uno dei soliti archivi che giro per cercare aneddoti. Mentre, infatti, cercavo del materiale per il mio racconto sono incappato in questa pagina e mi sono fatto coinvolgere dalla lettura. Nella contea di Vinton in Ohio il 18 luglio del 1867 un uomo diceva:
“Eureka! Guardate (…) Base-ball! (….) Il dottore ci ha detto di fare esercizio. Il Dottore lo sa. Ci ha detto di giocare a base-ball. Abbiamo comprato un libro di istruzioni e per 5 giorni lo abbiamo studiato saggiamente. Poi abbiamo comprato una cintura rossa, un cappellino, una maglia verde, pantaloni gialli, scarpe color zucca e con una serie di altri delegati siamo andati al campo. C’erano i nove contro altri nove (all’epoca il termine “team” era poco usato,nda.) (…) Un arbitro era seduto comodo in un box e gridava “fowl” (l’articolo ce lo scrive così), l’arbitro è molto ligio al dovere”.
The Vinton Record datato 18 luglio 1867

Fowl, i nove, l’arbitro seduto comodo, queste scene non possono non emozionare, soprattutto la “scoperta” del gioco, acquistano un libro e ci si applicano , poi comprano pezzi di abbigliamento e sono sicuro che i lettori leggendo scarpe color zucca ma soprattutto casacca verde e pantaloni gialli… beh oggi una squadra indossa più o meno quei colori no? Però credo che in questo caso fosse solo una coincidenza.
Nel 1867 quindi già parliamo di professionismo eppure come notate non tutti sapevano il gioco come funzionasse.
Di ritorno dalla guerra i giovani che volevano giocare a baseball cercavano i propri mentori, quelli della lega amatoriale, quelli che purtroppo erano deceduti nella guerra o quelli che avevano visto troppe cose brutte per poter giocare a palla, si erano però formati nuovi club e la sconfitta iniziava a pesare, non ci si accontentava più del buffet ed alcuni magnati decisero di far pagare un piccolo dazio al pubblico. Questo avvenimento mi ricorda uno spettacolo teatrale che feci anni fa con un grande attore ad un certo punto lui, (genovese) ironizzo sulla nascita del club di calcio del Genoa e sulla presunta “parsimonia” dei Genovesi.

“Immaginiamo”, diceva “ 22 inglesi in mutande che prendono a calci una palla sulle rive del fiume Bisagno, questi ad un certo punto si rivolgono ai genovese < Do you want to try?> gli dicono e così i genovesi iniziano a giocare ma ad un certo punto vedono che la gente si accalca intorno a loro a vedere la partita e ci sono le tifoserie i nostri amici genovesi probabilmente si sono detti questo, < Hai visto quanta gente? Pare si divertano a guardarci....non è che gli possiamo far pagare qualcosa?>”

Secondo me nel baseball è andata proprio così , alla gente piaceva, allora si prendevano spazi pubblici più larghi, ma sappiamo lo spazio pubblico si paga e con tutto l’amore per il gioco non è che potevano auto-tassarsi a vita, in più, le trasferte costano, non si può sempre dormire nei carri merci o ospiti sparsi nelle case degli avversari. Inizia il commercio del gioco.

Nessun compromesso però alcuni gridano.

Nel 1862 fu costruito il primo Ballpark ufficiale della storia, il gioco era di Brooklyn e gli Excelsior costruirono questo campo di gioco transennandolo alla buona e meglio ma tra i primi a farci lucro sugli ingressi furono gli Athletics di Philadelphia! 
La storia degli Athletics ve la risparmio ci potremmo scrivere un libro solo sul come siano nati però è bene notare una cosa fondamentale, il club di Philadelphia fu il primo ad avere quasi tutti i giocatori pagati e questa cosa fece infuriare non poco quelli della vecchia guardia.
Dal libro capolavoro (che ha dato il titolo a questo blog) di Morris: But didn’t we have fun?  leggiamo: 
“ Un esempio perfetto fu l’Athletic Club di Philadelphia , un club dalla vita breve ma dalla storia molto tumultuosa. Il club fu il primo ad essere fondato quando il baseball giunse a Philadelphia nel 1860, ma i primi anni furono contraddistinti dalla difficoltà nel farlo sopravvivere. Dal 1864 al 1868 gli Athletics furono sempre tra i principali contendenti al titolo nazionale. “
I contendenti al titolo infatti nel 1867 gli Athletics lo vinsero, non esisteva in quel periodo un vero e proprio calendario, la dinamica era semplice, ci si imbarcava in vari tour, si organizzavano partite chi più ne vinceva aveva il titolo e quell’anno i giovani del Club ne vinsero la bellezza di 44 contro 3 sole sconfitte, anche vero che ne avevano giocate molte di più rispetto alle altre squadre…almeno così dice Wikipedia!
L’uomo chiave degli Athletics era il “vecchio” Colonnello Thomas Fitzgerald che faceva di tutto pur di portare dei soldi che dovevano aiutare la squadra un suo racconto è spassoso, durante un match aveva costretto i suoi figli (non ci si dice quanti fossero) ad andare in giro e chiedere soldi a tutti quelli che guardavano la partita:
“Il totale dell’incasso fu di 14 dollari. Non è stato proprio un grande risultato considerando poi che la gente che partecipava all’incontro credo fosse in quantità maggiore. Purtroppo il pagamento dell’ingresso era considerato dalla maggiorparte degli spettatori uno scherzo”. 
Nella foto sottostante vedete il ballpark degli Athletics nel 1866. 

Bisognava essere competitivi ed iniziarono gli acquisti d’oro, ed allora ad esempio un’altra delle star dell’epoca, Dick McBride, fu assunto al salario di 1200 dollari ma…negli uffici del tesoro della città! 
Il club iniziò allora e reclutare giocatori di New York, giustamente il gioco era nato lì, un po’ come nel calcio tutti fanno a gara ad accaparrarsi calciatori brasiliani. Presero Al Reach dai Brooklyn Eckofrd, mentre Patsey Dockney aveva l’attitudine a “giocare tutti i giorni e ubriacarsi e fare a botte tutte le notti”
Gli introiti arrivavano sempre da “generosi” ed “abili” amici (le virgolette sono d’obbligo poiché sulla moralità di tali personaggi ci sarebbe da discutere) e non sempre questi “abili” amici erano a disposizione, nel club si creò lo scisma, da un lato chi voleva modernizzarlo  con l’ausilio di sponsor e altro portandoli di fatto a poter gravitare intorno alla NABBP dall’altro i “vecchi” volevano tornare ad un gioco più sincero.
Ecco il no compromise dell’uomo chiave il Colonnello Fitzgerald che il 17 luglio del 1867 sentenziava in una lettere ad un giornale di Brooklyn il seguente messaggio (non sono riuscito a trovare purtroppo il testo originale della lettera chiedo a qualche appassionato nel caso riesca a recuperarla gentilmente di inviarmi una copia, so che la lettera fu pubblicata dal Brooklyn Eagle in data 17 luglio 1867 ma gli archivi storici di questa testa richiedono un abbonamento nemmeno molto economico, mi scuso per la mia parsimonia):
“ Gentlemen dell’Athletic Club, scrivo tutto ciò in maniera frettolosa. Sono molto occupato. Avete scoperto attraverso la vostra mortificazione ed il vostro dolore che tutte le mie predizioni si sono rivelate esatte. Voi eravate forti. Voi siete diventati deboli. La vostra reputazione era riconosciuta ovunque ed era tra le più rispettabili. Cos’è questo momento? Ed il nome dell’organizzazione, non è sceso in basso? Vi avevo lasciato con 1000 dollari, quanti soldi vi sono rimasti ora? Il vostro fondo è vuoto ed ora siete pieni di debiti. Avete assunto dei giocatori eppure dite che non avete soldi per i buoni e fedeli servitori del vecchio club. Chi vi ha tirato fuori dalla povertà? Chi ha messo a vostra disposizione i soldi per acquistare il terreno? Chi l’ha curato il campo e vi ha spiegato come renderlo bello? Chi vi ha sostenuto in questi 5 anni e vi ha lasciato nella più alta prosperità?”
Fitzgerald continua dicendo:
“ La vostra organizzazione che una volta era fiera e forte ora cade a pezzi. Molti dei vostri giocatori sono ora sotto paga. Non voglio dare dei mercenari ai vostri “giocatori assunti” dato che sono sotto l’occhio vigile degli spettatori. Ma mi chiedo. Non avete la testa? Siete stupidi o sordi? No riuscite a preparare degli incontri che vi facciano entrare qualche soldo? No non ci riuscite. Siete in una nebbia dalla quale volete uscire.”
Conclude con un’ulteriore profezia:
“ Il passato – l’amaro passato – può essere cancellato e risolto, non dimenticate ciò che siete stati, e fate rivivere il baseball come gioco per veri Gentlemen, non abbandonate la giusta morale”
Parole durissime quelle del Colonnello e possiamo solo ipotizzare quello che è accaduto basandoci sulle sue parole.
Agli inizi del 1867 Fitzgerald aveva lasciato un fondo comune al Club lasciandolo in una situazione economica stabile, ricordiamo che Fitzgerald era un Colonnello in pensione pertanto con una sua solidità economica, non credo che quando dice “ non avete soldi per i buoni e fedeli servitori del vecchio club” si riferisse a se stesso ma molto probabilmente a quei Gentiluomini “amatoriali” che avevano fondato il club e che avevano insegnato ai giovani come ci si comporta e come si prepara un campo di baseball, probabilmente l’afflusso di giocatori da New York ha mandato in rosso le casse del club che iniziava a perdere credibilità agli occhi dei più. Come un Churchill che spronò gli inglesi al non arrendersi mai, il Colonnello probabilmente voleva portare i giovani sulla retta via o meglio sulla sua via. Ecco il richiamo a quello che ha detto De André. 
Il monito però non fu ascoltato nel 1876 gli Athletics vollero essere tra i grandi ed entrarono nella National League andando così a partecipare al campionato ad 8 squadre che all’epoca prevedeva i club più competitivi, ma nella NL non ci andavano tanto per il sottile, le regole sia etiche che economiche erano rigidissime.
La prima partita fu il 22 Aprile del 1876 ( un giorno ve la racconto) contro i Boston Red Cap , finì 7-6 per Boston quella stagione finirono con un record di 14-45 avanti solo ai Cincinnati Reds che terminarono l’anno con un sonoro 9-56.
Furono espulsi dalla NL per un semplice motivo, si rifiutarono di fare delle partite fuori casa, scelta dettata dalle difficoltà economiche in cui la squadra imperversava da molti anni. La maggiorparte dei giocatori emigrarono nei Chicago White Stockings, club all’epoca dominante. Il povero Al Wright allora manager degli Athletics iniziò la sua carriera e la terminò quello stesso anno.
Gli Athletics dopo quella stagione si sciolsero.

Nessun compromesso, i giovani contro i vecchi, reduci di guerra che abbandonano il gioco o lo vedono corrotto da giovani che non guardano al passato dei fondatori, una storia vecchia come il mondo. Anche noi faremo il nostro tempo, anche le nostre idee si perderanno ed i giovani non ci ascolteranno, perché il mondo è così, la vita è così non vogliamo staccarci da un passato che seppur doloroso ai nostri occhi è meraviglioso e incontaminato, sarà per me così, sarà per i miei figli ed i figli dei miei figli perché in fondo in quel passato alla fine dei conti noi ci divertimmo no?

Pietro Striano